Verso il boom del mercato della cannabis

10 Aprile 2019
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MERCATO

La legalizzazione sta aprendo un mercato che può valere miliardi. Un treno da non perdere

Prima della svolta proibizionista del XX secolo, la coltivazione della canapa era diffusa in tutta l’area indoeuropea fin d’all’antichità. Il diffondersi della sua coltivazione era motivato principalmente alla sua ottima fibra tessile, mentre in seguito è stata utilizzata anche per la produzione di carta. Anche l’uso psicotropo e terapeutico ha radici antiche, ed è stato di moda tra gli artisti del XIX secolo. Oltre che per gli usi più conosciuti, le applicazioni della cannabis sono moltissime: può essere impiegata come combustibile, dando origine a un biodiesel molto meno inquinante; come materia prima per cosmetici e detergenti e perfino per produrre mattoni e plastica biodegradabile. Inoltre è una pianta molto resistente alle infestanti e che non ha bisogno di pesticidi, fertilizzanti o erbicidi. Tra gli altri pregi, ha capacità fitodepurative che la rendeno capace di assorbire metalli pesanti dai terreni inquinati, come zinco e mercurio. È anche in grado di assorbire CO2 dall’atmosfera rilasciando ossigeno nei terreni.

Per tutti questi motivi in molti considerano la cannabis la pianta del futuro. Da quando in diversi paesi ne è stata legalizzata la produzione e la vendita, in alcuni casi solo a scopo terapeutico, in altri anche a scopo ricreativo, i prodotti derivati dalla cannabis e i negozi specializzati si sono moltiplicati velocemente, compatibilmente con le diverse legislazioni. Questo ha fatto sì che le aspettative per un forte sviluppo del mercato dei prodotti a base di cannabis si stiano facendo sempre più alte e abbiano attirato l’attenzione delle grandi compagnie, che hanno già iniziato a muoversi. Dopo che l’Olanda ha fatto da apripista, ci sono voluti altri 30 anni perché altri paesi adottassero misure anti-proibizioniste: Uruguay, alcuni stati Usa e Canada hanno legalizzato anche il consumo ricreativo, mentre in Europa è legale in Spagna e parzialmente in Italia, dove, oltre all’uso terapeutico, è consentita la vendita della cosiddetta cannabis light (con un contenuto di THC non superiore allo 0,2%). La pressione delle opinioni pubbliche e gli interessi commerciali lasciano pensare che i paesi che adotteranno leggi più permissive aumenteranno presto.

Se davvero i prodotti derivati dalla canapa sono pronti a irrompere nei diversi settori industriali, il volume di affari potenziale vale miliardi di euro e forse centinaia di migliaia di posti di lavoro. E a giudicare dagli effetti che l’industria della canapa ha avuto sull’economia del Colorado sembra essere proprio così. Un report del 2016 del Marijuana Policy Group ha calcolato, attraverso il “Marijuana Impact Model”, che integra all’interno dell’economia del Colorado l’industria della cannabis legale, che nel solo 2015 il settore della cannabis ha prodotto 2,39 miliardi di dollari e l’equivalente di oltre 18.000 posti di lavoro a tempo pieno, superando per rendimento e posti di lavoro per dollaro speso più del 90% del resto dei settori industriali del Colorado. Le previsioni, inoltre, stimano una crescita di più dell’11% all’anno fino al 2020.

Il successo industriale e commerciale si è tradotto in una corsa dei titoli delle società del settore quotate in Borsa: secondo un indice delle 50 aziende del settore creato da Il Sole 24 Ore su dati di S&P Market Intelligence negli ultimi 3 anni il rialzo è stato del 377%, per una capitalizzazione complessiva di 45 miliardi di dollari su un fatturato di 2,4% miliardi circa. Il rapporto annuale sull’industria della cannabis inoltre evidenzia un forte calo del mercato illegale, e evidenzia come dal settore provengano circa 745 milioni di tasse per il 2017, mentre per il 2020 la previsione di circa un 1,4 miliardi. A livello globale, secondo un report di Mordor Intelligence, il mercato è destinato a crescere velocemente, fino a raggiungere, entro il 2023, i 65 miliardi di dollari di valore, un rapporto di Euromonitor International, invece, prevede che entro il 2025 questo valore dovrebbe avvicinarsi ai 160 miliardi di dollari.

Numeri del genere non sono sfuggiti alle multinazionali che hanno iniziato a fare acquisti tra le cannabis companies. Ad Agosto dello scorso anno Constellation Brands, compagnia che possiede Corona e altri marchi di birre, ha acquisito una quota di maggioranza dell’azienda canadese Canopy Growth, uno dei maggior player del settore. Lo stesso mese Molson Coors, un altro birrificio, ha formato una joint venture con un’altra industria canadese della canapa. A novembre 2018, invece, Altria, l’azienda che produce le Marlboro e altre sigarette ha acquisito il 45% di Cronos Group per 1,8 miliardi di dollari.

“Abbiamo passato il punto di non ritorno – ha dichiarato al New York Times Bethany Gomez, direttrice di ricerca al Brightfield Group, un gruppo di ricerche di mercato sulla cannabis –, l’ingresso delle corporations fa presagire grandi cambiamenti per un’industria che fino ad anni recenti operava nell’ombra. Con il riversarsi di milioni di dollari nello sviluppo dei prodotti, nel marketing e nella manifattura, queste compagnie cercheranno di creare grandi marchi che si sfideranno per conquistare le loro quote di mercato”. Se è vero, come si vocifera, che la Coca Cola starebbe cercando in accordo con la canadese Aurora di sviluppare una bevanda a base di CBD – il principio attivo non psicoattivo della cannabis – abbiamo forse più chiaro quale sia l’entità degli interessi economici in gioco e a che livello si sta giocando la partita.

Se le prime multinazionali che hanno investito nella canapa erano legate all’industria del tabacco, degli alcolici o delle bibite – settori che hanno bisogno di differenziare sia per motivi legati a leggi restrittive che per motivi di tipo commerciale – l’affare è stato fiutato anche dai colossi dell’agrochimica. Sembrano, infatti, trovare conferme le voci di un interessamento della Bayer a questo mercato. Secondo Big Buds Magazine la Bayer ha stretti rapporti con la Scotts Miracle-Gro, che attraverso una sua controllata ha già acquistato tre delle maggiori compagnie di coltivazione di cannabis: General Hydroponics, Botanicare e Gavita. Mentre Michael Straumietis, fondatore e proprietario di Advanced Nutrients, sostiene che vi sia una collaboraizone anche con GW Pharmaceuticals che già coltiva la sua cannabis OGM. Considerati i forti interessi della Bayer nel campo della farmaceutica e del mercato dei semi e dei pesticidi non è difficile ipotizzare la volontà di voler creare un monopolio sui semi come già fatto con la soia e il mais geneticamente modificati.

Grandi profitti, migliaia di posti di lavoro in più, maggiori entrate fiscali, nessun aumento dei consumatori abituali e la riduzione drastica dello spaccio e degli arresti, questi sono i principali vantaggi della legalizzazione laddove è stata adottata. Ma come potrebbe funzionare in Italia? Per chiarire meglio quali potrebbero essere le opportunità in Italia Davide Fortin, economista della Sorbona e ricercatore presso il Marijuana Policy Goup, ha messo a confronto la situazione del Colorado con quella italiana. Il Colorado è uno degli stati con il maggior consumo di cannabis, così come l’Italia in Europa, ma ha solo 5 milioni di abitanti. Provando a proiettare i dati del Colorado sulla popolazione italiana, Fortin ha calcolato che il solo mercato ludico varrebbe circa 10 miliardi e altri 4 quello terapeutico, per un totale di 3300 tonnellate di infiorescenze venduti e poco meno di 300.000 posti di lavoro. Raggiungere queste cifre sarebbe possibile se l’Italia fosse, come il Colorado negli USA, tra i primi paesi a legalizzare il mercato della cannabis in Europa per prendere così un vantaggio sugli altri paesi.

Al momento l’uso della Cannabis in Italia è regolato dalla legge 242 del 2016: sono legali l’uso terapeutico, l’uso alimentare e cosmetico, la produzione e la vendita della cannabis light. Non è previsto l’uso ricreativo, che resta proibito, per questo la norma potrebbe creare confusione tra chi vorrebbe fumarla, che potrebbe andare incontro a problemi. Per quanto sia un grosso passo avanti la 242 lascia il settore in un quadro normativo così incerto che rende più difficili le condizioni per investire.

A gennaio il senatore Mantero del M5S ha presentato un disegno di legge a Palazzo Madama che vorrebbe consentire, a determinate condizioni, la coltivazione della cannabis, in forma individuale (fino a 3 piante) o associata (fino a 30 persone e dopo comunicazione alla Prefettura); prevedere la legittimità della detenzione di cannabis entro determinate quantità (15 grammi in casa e 5 grammi fuori); oltre a correggere la legge sulle infiorescenze, che ora vengono vendute nei cosiddetti ‘shop di cannabis light’ per uso tecnico, prevedendone la possibilità di essere vendute per uso alimentare o erboristico e innalzando la percentuale di thc che possono contenere fino all’1%. Il disegno di legge punterebbe anche a migliorare l’accesso alla canabis terapeutica. Oltre all’evidente vantaggio economico, tra gli obiettivi collaterali ci sono il riassorbimento dei profitti del mercato illegale e il risparmio sui costi destinati alla repressione del fenomeno.

Sarà difficile che il ddl venga approvato se prima non saranno superate le resistenze della Lega, espresse a più riprese dai ministri Salvini e Fontana, anche perché il sostegno di tutto il gruppo 5 stelle non è scontato, considerato anche che il tema non compare nel contratto di governo. Aprire il dibattito su una legge che può essere migliorata però potrebbe portare anche a delle sorprese in aula.

La possibilità aiutare lo sviluppo di un mercato legale della cannabis in Italia che vada oltre i limiti di quello attuale, che è comunque vivace, come dimostrano le aperture di shop dedicati in tutto il paese e manifestazioni come “Indicasativa”, il salone internazionale della cannabis che si svolgerà a Bologna dal 12 al 14 aprile, può essere uno sviluppo importante per la nostra economia: in passato l’Italia è stata uno dei più importanti paesi produttori di canapa del mondo sia per quantità che per qualità. Il ritorno alla sua coltivazione potrebbe essere una risorsa interessante per la nostra agricoltura, indipendentemente dalla destinazione d’uso del raccolto. Dotarsi di una legge più chiara potrebbe supportare lo sviluppo di questo mercato che sembra sul punto di una clamorosa esplosione e attrarre molti investitori. Essere tra i primi potrebbe essere decisivo per il successo del comparto e per l’economia italiana.

                                                                                                                                   

                                                                                                                                        Vincenzo Menichella

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Credits: Agostini Lab Srl