Vademecum per il consumatore confuso (3)

21 Agosto 2017
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sostenibilità

Di quali informazioni abbiamo bisogno per decidere?

Inizierò questa terza parte con una breve premessa sulle quattro fasi della filiera della conoscenza consapevole, cercando di chiarire il processo mentale di acquisizione della consapevolezza.

La prima fase della filiera è il non sapere di non conoscere. È la partenza, quella, per intenderci, in cui ci si è ritrovati appena venuti al mondo. Come se ci trovasse in mezzo a una città e non si abbia idea che, per raggiungere qualche obiettivo, sarà necessario imboccare una strada. Anzi, non si ha neanche idea che si deve avere un obiettivo.

È lo stato mentale totalmente inconsapevole che, negli anni sessanta, ci ha fatto acquistare, da distributori automatici lungo la strada, dei contenitori di plastica riempiti di acqua colorata e zucchero. Poi accettare che l’aranciata fosse quella cosa di colore intensissimo o la menta una espressione cromatica verde smeraldo. E, in seguito, un po’ più grandi, ipotizzare che fosse possibile l’esistenza di occhiali che… facessero vedere attraverso i vestiti.

È la fase di grande ignoranza inconsapevole, con il rischio di non fare nulla per uscirne.

La seconda fase è quella di sapere di non conoscere. Passo avanti epocale verso un obbligo di scelta, in cui c’è la possibilità che scatti la voglia di liberarsi dai cani guida e di prendere le opportune decisioni.

È il momento delle determinazioni, per le quali potrebbero non bastare le informazioni della pubblicità e dell’ambiente e, quindi, partire per gli approfondimenti che vengono ritenuti necessari.

Nella disamina, cui siamo arrivati adesso, siamo precisamente a questo punto. Finita la fase due e, spero, presa la decisione di raccogliere le informazioni per conoscere le caratteristiche dei prodotti che si acquistano per il benessere personale, si deve andare avanti molto decisi verso la terza.

La terza fase è il sapere di conoscere. Si è raggiunto il nostro primo obiettivo. Si è in possesso delle informazioni per fare le scelte opportune nella mappa del territorio.

Si agisce con convinzione, inoltre, per mantenere un livello di conoscenza adeguata alle scelte. Si è in grado di conoscere e non si fanno più delle scelte “ignoranti”.

E, infine, arriviamo alla quarta e ultima fase: il non sapere di conoscere. Si è acquisito ed elaborato un numero di informazioni tali da permettere di agire in modo automatico e corretto. La conoscenza si è talmente sedimentata che si è inserita nel subconscio.

Sappiamo sempre andare in bicicletta, anche se non la usiamo tutti i giorni. Utilizziamo in modo corretto il cambio automatico dell’automobile, anche se ne possediamo da molti anni una con il cambio automatico.

Questo è il punto di arrivo. Agire in modo strutturato e coerente alle nostre aspettative guidati dal subconscio, anche senza far funzionare in modo vorticoso il nostro cervello.

Se indossiamo il cappello del consumatore, ricercare le categorie di informazioni che ci interessano è teoricamente abbastanza semplice: si indaga rispetto le nostre aspettative e risulta abbastanza automatico decidere di cosa abbiamo bisogno per la nostra scelta.

La provenienza geografica ed etica degli ingredienti, l’assenza o la presenza di alcuni di questi, il luogo di fabbricazione del prodotto, l’etica aziendale e di filiera in tutti i suoi aspetti, la tipologia di coltivazione (anche andando oltre il biologico) delle materie prime, l’emissione di CO2 e il bilancio idrico della coltivazione.

Sono alcune delle informazioni che è possibile avere per arrivare alla consapevolezza di conoscere.

Con un cappello differente, quello del produttore, la situazione è molto diversa.

Siamo in presenza di un mercato molto variopinto, nel quale ogni consumatore potenzialmente ha delle aspettative peculiari e, quindi, delle richieste di conoscenza molto variegate e, in qualche caso, contradditorie.

Superato, perché non realistico, l’obiettivo di piacere a tutti, si ha la necessità di scegliere cosa raccontare. Consapevoli che questo porterà, inevitabilmente, a una selezione del mercato.

Come si fa, quindi, a scegliere le informazioni da comunicare?

Si privilegiano le informazioni “geografiche” di provenienza, si racconta l’ingredientistica,  si incentra tutto sull’aspetto etico, sull’impatto ambientale?

Non esiste, ovviamente, una risposta certa e univoca. La scelta dipende, spesso, dalle convinzioni personali del produttore e dalle richieste del mercato con cui si ha intenzione di dialogare. Anche se le variabili in gioco hanno, sovente, delle dinamiche imprevedibili che non è semplice comprendere.

Anche perché i prodotti di alta qualità etica e di benessere (alimentari, cosmetici e altro), che possono avere al proprio interno delle valenze particolari, non seguono le normali regole del marketing, ma, in questo periodo in cui i social hanno una forza di condizionamento del mercato sempre più forte, rispondono a dinamiche che possono sfuggire agli esperti generalisti della comunicazione e del commercio.

Già la diffusione esponenziale del prodotto biologico, che ancora continua inesorabile, è stata una sorpresa per gli esperti e le grandi aziende. Che sono state costrette, obtorto collo, ad adeguarsi, provocando il grosso rischio, vista la necessità di reperimento di grandi quantitativi di prodotti, di abbassare il livello qualitativo del mercato.

Inoltre, chi poteva immaginare la campagna social contro l’olio di palma, a cui, come si può evincere dalla pubblicità, quasi tutti si sono adeguati?

Chi poteva immaginare il boom delle richieste di prodotto vegano?

“È solo una moda, non durerà”, erano le dichiarazioni molto supponenti che tutti hanno sentito.

Io non ero convinto, invece, conoscendo molto bene l’ambiente vegano, che la loro filosofia fosse solo un atteggiamento temporaneo e un po’ snob. E così credo che lo stia considerando, adesso, anche il mercato stesso.

Tutte queste, e anche le altre che si stanno elaborando, sono sicuramente richieste che vengono realmente dal basso. Quelle che uno stato d’animo convinto e duraturo riesce a imporre al mercato, anche con la forza del portafoglio.

Dal basso sono partite le richieste vegane e “no palm oil”. Dal basso partiranno le prossime.

Che saranno, sono convinto, i prodotti free from, che permetteranno gli acquisti senza gli ingredienti che non vogliamo, e quelli in cui, al contrario, si ricercheranno solo alcuni ingredienti per qualche necessità specifica, scatenando l’epopea della nutraceutica e della cosmoceutica.

È importante che tutte queste assenze e presenze siano, però, garantite da una reale certificazione e comunicate in modo consapevole, specifico e diffuso. Il come farlo sarà l’argomento della prossima puntata.

La quarta parte del vademecum del consumatore confuso sarà: con quale mezzo ricevere le informazioni?

alberto bergamaschi

la prima parte

la seconda parte

 

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Credits: Agostini Lab Srl