Glifosato, serve ricerca indipendente e adeguata

7 Settembre 2017
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sostenibilità

“Quando una sostanza è tossica bisogna parlare di rischio accettabile, non esiste un limite entro cui non lo sia.” Terminato lo studio pilota sul glifosato, la direttrice del centro di ricerca sul cancro dell’Istituto Ramazzini di Bologna Fiorella Belpoggi ribadisce l’importanza della ricerca indipendente e annuncia una campagna di crowdfunding per finanziare uno studio a lungo termine per fare definitivamente chiarezza sull’erbicida

Dottoressa Belpoggi fra poche settimane pubblicherete i risultati del vostro studio pilota sul glifosato, vuole parlarcene?
Abbiamo eseguito uno studio preliminare sulle basse dosi di glifosato, in modo da poter poi pianificare uno studio a lungo termine e da poco sono disponibili alcuni dei dati emersi. Devo dire che nonostante le basse dosi abbiamo notato qualche differenza tra gli animali trattati e il gruppo di controllo, anche se di lievissima entità. Se consideriamo che le dosi studiate sono molto basse – 1,75mg per kg di peso corporeo, pari alle dose giornaliera ammessa (ADI)  per i cittadini americani – anche fluttuazioni minime dei parametri studiati possono avere significato. Vista la delicatezza dell’argomento glifosato che è al centro di accese polemiche, che coinvolgono l’opinione pubblica fino ai vertici della Commissione Europea o della Environmental Protection Agency degli Stati Uniti, stiamo collaborando con laboratori di tutto il mondo per sciogliere molte delle incertezze che ruotano attorno a questo composto.

Quali sono i principali rischi del glifosato per l’organismo?
Bisogna ricordare che si tratta di sospetti, perché tutti gli studi che sono stati fatti finora, o per le dosi estremamente alte o per lo scarso numero di campioni esaminati, peraltro seguendo le linee guida per la registrazione dei prodotti, non hanno la sensibilità necessaria per indagare effetti sulla riproduzione, sul microbioma o sull’aspetto ormonale, oltre che sul cancro. È importante sottolineare che stiamo parlando di incertezze sulla cancerogenità di questo prodotto, ma la salute pubblica non viene valutata solo per il cancro: ci sono malattie degenerative gravi, come l’asma, le allergie, le intolleranze alimentari, i difetti dello sviluppo, che ugualmente creano grossi problemi e noi stiamo analizzando tutto questo. Quindi ci stiamo occupando non solo di tumori nello studio che stiamo conducendo, ma anche di come dosi simili a quelle alle quali è esposto l’uomo possano interferire con la salute pubblica considerata nel suo complesso.

Quanto è diffuso e dove si riscontra maggiormente?
Il glifosato è ormai nell’ambiente da una quarantina d’anni, praticamente dalla sua scoperta. Nato come disinfettante, per i suoi effetti sulle malerbe è molto utilizzato nell’agricoltura industriale. Questo composto si diffonde dalle piante al terreno e da questo all’acqua, al punto che tracce di glifosato sono riscontrabili un po’ ovunque, perfino nella barriera corallina. Se noi analizzassimo le urine di 100 persone prese a caso, nella maggior parte troveremmo presenza di glifosato. Anche se la sua pericolosità viene messa in discussione, considerandola inferiore a quella dichiarata dallo IARC, per il numero di persone che sono esposte a questo agente – e dobbiamo ragionare in termini di miliardi di persone – sicuramente potrebbe avere un impatto molto serio sulla salute pubblica.

Il glifosato è considerato pericoloso più a causa dell’esposizione diretta che per l’ingestione a causa dei residui negli alimenti. Andrebbe riconsiderata questa valutazione?
Io penso che questa valutazione non si possa fare. Fino a dieci anni fa in tossicologia si pensava che tutte le sostanze potessero essere velenose se la dose con cui venivano somministrate era alta, una visione che risale a Paracelso che soleva affermare Tutto è veleno: e nulla esiste senza veleno. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto. Oggi si è visto che molte di queste hanno risposte cosiddette non monotoniche – cioè si parte con una curva nella quale a certe dosi corrispondo determinati effetti, poi questa crolla per risalire improvvisamente a dosi estremamente basse. È la cosiddetta interferenza endocrina: i nostri ormoni lavorano a microgrammi per litro, la funzionalità di organi come tiroide, pancreas, ovaie e testicoli viene stimolata da dosi piccolissime, per banalizzare non si può aprire un lucchetto per la bici con la chiave di un portone. Se a dosi elevate l’esposizione a una sostanza tossica può creare un pericolo generalizzato per la salute, quando la dose è simile a quella fisiologicamente presente nel corpo umano salgono le probabilità che interferisca a livello endocrino in un modo più specifico mimando gli effetti degli ormoni, col rischio di innescare meccanismi che possono portare, ad esempio, alla femminilizzazione del sesso maschile, alla sterilità, al cancro della mammella nella donna, al cancro delle ovaie, all’ipospadia nei bambini e ad altre patologie gravissime. Perciò non si può dire che il glifosato sia più pericoloso in campo che nel piatto.

In un suo intervento sul sito dell’Istituto Ramazzini lei si è dimostrata incredula rispetto alle conclusioni della FAO/OMS che ritengono sia improbabile che il glifosato sia un agente cancerogeno in contrasto con le conclusioni dello IARC. Perché?
Io dico che nessuno ha torto e nessuno ha ragione. Quando i dati non sono robusti si prestano ad interpretazioni diverse. Il glifosato è salito alla ribalta delle cronache e se ne parla così tanto perché c’è stata discordia nel giudizio tra e EFSA. Sottolineo che nessuno dei due enti ha fatto direttamente ricerca su questo composto, ma semplicemente hanno valutato ricerche fatte da altri, cioè hanno dato una opinione. Quindi siamo di fronte allo scontro tra una valutazione fatta dagli scienziati dello IARC che, usando sempre gli stessi criteri e valutando gli studi sull’uomo e sugli animali di laboratorio è arrivata alla conclusione di considerare il glifosato un possibile cancerogeno, e quella fatta dall’EFSA che, pur non avendo fatto ricerca direttamente, ha preso il dossier della BFR e ne ha accettato le conclusioni.  Se invece di avere studi con risultati borderline, ci fossero stati studi con un sicuro peso per quanto riguarda la maggiore insorgenza di tumori, la discussione non sarebbe nemmeno partita. Il mio gruppo di ricerca all’Istituto Ramazzini ribadisce l’esigenza di una ricerca scientifica adeguata che noi, per la nostra storia e le nostre capacità, siamo in grado di fare. Oltretutto siamo disponibili ad accettare i contributi delle agenzie di controllo, che se volessero entrare nel comitato scientifico di questo gruppo e contribuire con suggerimenti per ottenere risultati robusti troverebbero le porte aperte. Finora a darci manforte e a permetterci di portare a termine lo studio pilota con i loro contributi sono stati i cittadini e i soci dell’istituto, i quali di fronte alla confusione sull’argomento si sono rivolti a noi per avere maggiore chiarezza.

Un vostro studio ha dimostrato che l’ingestione di dosi di aspartame anche inferiori alla dose giornaliera accettabile (DGA) di 40mg/kg di peso corporeo ammesse per l’uomo sono collegate all’insorgere di leucemie e linfomi, ma l’EFSA. continua a ritenere sicura questa soglia, almeno fino alla prossima valutazione degli additivi ammessi prima del 2009 che deve avvenire entro il 2020. Pensa che la l’EFSA stia sottovalutando il rischio e che la DGA debba essere abbassata?
Io sono sempre stato il patologo, cioè la persona che legge i preparati al microscopio. Quindi io non ho un’opinione sull’aspartame, io le leucemie le ho proprio viste, perciò non posso aver cambiato idea. I parametri che abbiamo utilizzato par la valutazione di quelle leucemie sono stati verificati sia con colleghi di laboratori all’estero che con metodiche messe a punto da noi, allo scopo creare marker per una identificazione più specifica delle leucemie. Da quando è stato pubblicato il lavoro ad oggi sono passati circa otto anni, noi abbiamo messo a punto questa metodica di laboratorio che ci ha permesso di confermare le leucemie, tranne che in pochissimi casi dove la diagnosi è rimasta più incerta. Quindi i dati sono stati confermati non solo al microscopio ma anche con metodiche specifiche. Quando il composto verrà riesaminato noi avremo già pubblicato i risultati delle nostre revisioni. Alla scienza si risponde con la scienza, non con le opinioni; per questo in questi anni c’è stato silenzio da parte nostra, proprio per evitare di fare polemica sulle opinioni.

La ricerca scientifica lancia spesso campanelli d’allarme sulla tossicità di alcune sostanze, ma le agenzie che si occupano di sicurezza alimentare a volte tardano ad accettarne i risultati e diffondono messaggi tranquillizzanti in base alla irrisorietà delle dosi giornaliere accettabili, come è accaduto anche per le uova contaminate col fipronil. Il consumatore è tutelato e garantito dalle agenzie pubbliche sulla sicurezza alimentare?
Quando una sostanza è tossica bisogna parlare di rischio accettabile, non esiste un limite entro cui non lo sia. Essendo la variabilità tra soggetti enorme non possiamo escludere del tutto un rischio, possiamo dire che è un rischio accettabile, ma dobbiamo dirlo sinceramente perché non siamo tutti uguali e ci sono persone più o meno suscettibili ai pericoli diffusi nell’ambiente. Per quanto riguarda i pesticidi, ad esempio, bisognerebbe che nel momento in cui le industrie chimiche immettono sul mercato prodotti più sicuri fossero obbligate a ritirare i prodotti che sostituiscono, cosa che al momento non accade e ci si limita a spostare i prodotti su mercati emergenti e meno controllati. Al momento sul mercato sono presenti migliaia di composti che si accumulano e si miscelano tra di loro, in questo caso il rischio non è quantificabile in alcun modo perché non sappiamo cosa può succedere.

Abbiamo più volte sottolineato come la ricerca scientifica, soprattutto pubblica, non riesca ad essere del tutto indipendente. Pensa che la strada che state tracciando con il finanziamento diffuso possa essere una strategia vincente per la difesa dell’indipendenza della ricerca? 

Assolutamente. Io credo che stiamo facendo un grosso servizio alla comunità con questo studio. Non solo perché faremo chiarezza sul glifosato, ma perché mettiamo in atto un nuovo paradigma. Le agenzie regolatorie, gli stati e la politica che li amministra capiranno che se non sono in grado di mettere in sicurezza i cittadini, questi si organizzeranno da soli.

Quando partirà la campagna di crowdfunding?
Partirà a fine mese. Al momento stiamo facendo alcune iniziative collaterali, come coinvolgere nel comitato scientifico il Professor Philip Landrigan del Mount Sinai School of Medicine di New York, che èuno dei maggiori esperti di Medicina Ambientale al mondo, e rappresentanti del National Institute of Health degli Stati Uniti e dell’Environmental Protection Agency, e mi piacerebbe coinvolgere a livello europeo rappresentanti dell’EFSA. Questa ricerca costerà in 5 anni circa 5 milioni di euro e in questo tempo cercheremo di ottenere risultati chiari in grado di dare una risposta definitiva. Il costo della ricerca sarà coperto dal crowdfunding, che sarà gestito con la massima trasparenza, garantendo in questo modo la massima indipendenza. Io e il mio staff ce la metteremo tutta e ci aspettiamo collaborazione a tutti i livelli istituzionali, non necessariamente in termini di finanziamenti; se poi la collaborazione non dovesse arrivare noi andremo avanti lo stesso.

Oltre alla campagna di crowdfunding per sostenere lo studio di lungo periodo sul glifosato è possibile sostenere tutte le attività dell’Istituto Ramazzini con una donazione

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vincenzo menichella

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