Sostegno al bio: il paradosso dei finanziamenti

23 ottobre 2018
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BIOLOGICO

Aumenta la percentuale dei terreni biologici ma i finanziamenti restano al palo.  

L’agricoltura biologica in Italia ha ormai raggiunto poco meno del 15% della Superficie agricola utilizzata ma ottiene meno del 3% dei fondi della Politica Agricola Comunitaria per il periodo 2014-2020. A mettere in evidenza questo paradosso è il rapporto Cambia la terra 2018 realizzato da Federbio con il sostegno di ISDE, Legambiente, Lipu e WWF.

L’applicazione della PAC , secondo i dati forniti dal Servizio Studi della Camera, porta in Italia  finanziamenti per 62, 5 miliardi di euro. Di questi 41,5 dall’Unione Europea e 21 dallo Stato. Il 75% di queste risorse è destinato al Primo Pilastro della PAC, quindi quasi totalmente all’agricoltura convenzionale, mentre il restante 25% è destinato al Secondo Pilastro, ovvero i Piani di Sviluppo Rurale regionali.

Per quanto riguarda il Primo Pilastro i finanziamenti dedicati al biologico sono quasi inesistenti. Il bio beneficia del cosiddetto greening, ma questi pagamenti sono destinati anche alle aziende che praticano l’avvicendamento delle colture, ai pascoli e alle zone di rifugio della fauna. 

Alle aziende biologiche va meglio quando si tratta dei finanziamenti provenienti dai PSR Regionali dai quali raccoglie attraverso la misura 11 – finalizzata alla conversione e al mantenimento dell’agricoltura biologica – 1,7 miliardi di euro pari al 9,5% dei fondi dei Piani di Sviluppo Rurale. Ma anche in questo caso raccoglie meno di quanto spetta ad altre pratiche agricole finanziate attraverso la misura 10 – ovvero i pagamenti agro-climatico-ambientali – raccoglie il 13% delle risorse dei PSR, pari a 2,47 miliardi di euro, ma è rivolta a attività agricole che pur essendo più sostenibili dell’agricoltura convenzionale fanno uso di pesticidi e fertilizzanti di sintesi. Questo deriva dalle scelte fatte per il Piano di Azione nazionale per l’uso sostenibile dei pesticidi, che invece di scegliere di dare priorità all’agricoltura biologica ha preferito investire sull’agricoltura integrata e sul metodo conservativo. Anche i fondi per la formazione sono stati destinati alla formazione di personale per addestrarlo all’uso di pesticidi e diserbanti di sintesi anziché sostenere la conversione verso il biologico, come sarebbe più logico se l’obiettivo è un uso sostenibile dei pesticidi. Il risultato è paradossale: una norma pensata per favorire l’ambiente finisce per destinare i finanziamenti maggiori a pratiche

A questo squilibro tra finanziamenti va aggiunto anche l’incertezza dovuta alle differenti normative regionali che determinano una grande variabilità nella determinazione dei premi a superficie per il biologico e diverse condizioni di accesso per le aziende. Questa differenza è talmente elevata che può creare condizioni di concorrenza sleale: basti pensare che i pagamenti per la conversione al biologico possono variare da 145 euro a 600 euro all’anno per ettaro. Questa mancanza di uniformità è da attribuire alla mancanza di una politica nazionale sul biologico che andrebbe concordata con le regioni a livello della Conferenza Stato-Regioni.

Quello che salta agli occhi è che in percentuale le risorse dedicate all’agricoltura biologica, seppure in forte crescita, sono inferiori alla media che spetterebbe al settore in base alla SAU biologica. Si è già accennato al fatto che il 9,5% delle risorse pubbliche stanziate per il biologico si distribuisce su una SAU biologica pari al 14,5%. La stessa cosa avviene nelle diverse regioni, tranne rare eccezioni la maggior parte delle regioni ha investito nel bio una percentuale del budget inferiore alla SAU biologica.

Appare dunque fondamentale una riforma della PAC se attraverso i contributi pubblici si vuole premiare un’agricoltura davvero sostenibile: in particolare è necessario agevolare il passaggio del sostegno al mantenimento dell’agricoltura biologica dal secondo al primo pilastro della PAC e mantenere nello sviluppo rurale il sostegno alla conversione delle aziende. È importante che avvenga un vero e proprio cambio di prospettiva e si passi dal sostenere quasi esclusivamente l’agricoltura convenzionale a una strategia basata sui principi dell’agroecologia per premiare un’agricoltura più virtuosa e capace di portare benefici alla società: migliore qualità del cibo, tutela dell’ambiente e della biodiversità, manutenzione del territorio, fertilità del suolo e soprattutto contrasto al cambiamento climatico.

 

vincenzo menichella

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Credits: Agostini Lab Srl