Soffocati dalla plastica

26 Febbraio 2019
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sostenibilità

La plastica è diventata un’emergenza. Limitarne l’uso è la strategia migliore, anche per l’UE

 

Le immagini delle isole di spazzatura alle deriva nell’oceano hanno fatto scalpore in tutto il mondo. Lo stesso è accaduto con quelle dei pesci e di altri animali feriti o avvelenati a causa dei rifiuti che hanno ingerito o con cui sono entrati in contatto. Gran parte di quei rifiuti sono costituiti da plastica: si calcola che ogni anno finiscano in mare tra le 8 e le 12 milioni di tonnellate di plastica, 100 mila solo in Europa secondo il rapporto Sea at risk, realizzato da una rete di 32 associazioni ambientaliste, e le stime parlano di oltre 150 milioni di tonnellate attualmente disperse negli oceani.

Circa l’80% di questa plastica alla deriva proviene dalla terraferma e si tratta in gran parte di plastica monouso: stoviglie di plastica, buste, cotton fioc, bottiglie, cannucce, contenitori e imballaggi alimentari sono tra i principali oggetti ritrovati in mare e sulle coste. Se questi numeri non dovessero calare, si ipotizza che entro il 2025 negli oceani ci sarà un chilo di plastica per ogni tre chili di pesce, mentre entro il 2050 le acque oceaniche arriveranno a contenere più plastica che pesce.

C’è troppa plastica nella nostra vita e, spesso, è difficile pensare a come farne a meno. Secondo i dati del WWF la produzione di plastica dal 1964 a oggi è passata da 15 milioni di tonnellate a oltre 310 milioni. Più plastica viene utilizzata e più ne viene dispersa; la plastica è il terzo materiale di origine umana più presente sul pianete dopo acciaio e cemento: tracce di plastica sono state ritrovate ovunque, dai ghiacci dei poli alle fosse oceaniche. Le caratteristiche che hanno decretato il suo successo, ovvero leggerezza, resistenza e durata adesso si stanno rivelando un problema, perché permettono a questi materiali di restare nell’ambiente per decenni. Secondo le stime di A Plastic Planet solo il 9% dei 6,3 miliardi di tonnellate di plastica prodotti dagli anni ’50 a oggi è stato riciclato.

 

Il lento degradarsi dei detriti di plastica produce microplastiche, ovvero frammenti microscopici che superano i sistemi di filtraggio e arrivano in mare. La contaminazione da microplastiche riguarda tutto il pianeta, l’80% dei campioni di acqua prelevati in tutto il mondo sono positivi alla loro presenza. Una volta in circolo nell’ambiente queste vengono ingerite dalla fauna e poi arrivano nei nostri piatti: tra il 15 e il 20% delle specie marine che mangiamo contiene microplastiche, sostiene l’Ispra. Quello che ancora va indagato è se siano pericolose per l’uomo. L’EFSA sta valutando quanto i consumatori possano essere esposti: non è chiaro quanto di queste sostanze si traferisca dall’apparato digerente alla parte edibile dei pesci, più a rischio sembrano essere i frutti di mare di cui consumiamo anche l’apparato digerente.

L’inquinamento da plastica è un’emergenza che mette in pericolo il nostro ecosistema e probabilmente la nostra salute: un report della ong americana Orb Media, supportata da ricercatori dell’Università statale di New York e dell’Università del Minnesota, rivela che su 159 campioni di acqua corrente prelevati in tutto il mondo, l’83% risulta contenere plastica. Nell’attesa di trovare metodi realmente efficaci per liberarci della plastica dispersa nell’ambiente – visto anche il fallimento della missione Ocean Cleanup, che non è riuscita a trattenere a lungo i detriti all’interno dei suoi bracci galleggianti – l’unica opportunità che abbiamo è diminuirne l’utilizzo e, di conseguenza, produrne meno. In questo senso la strada maestra da percorrere è quella di incentivare le buone pratiche che favoriscono la messa in circolo della minore quantità possibile di plastica sia dal punto di vista legislativo che industriale.

Un’iniziativa da parte dell’industria per ridurre la quantità di plastica dispersa nell’ambiente e favorirne il riciclo sarebbe un importante primo passo, ad esempio decidendo di iniziare a sostituire la produzione di plastica non riciclabile con quella riciclabile. Un contributo determinante in questa direzione può venire dall’industria alimentare. Gli imballaggi degli alimenti da soli rappresentano circa il 40% della plastica prodotta nella sola Unione Europea. Sostituirli con imballaggi riciclabili, di origine vegetale o addirittura edibili – come stanno sperimentando alcune aziende – metterebbe in circolo molta meno plastica. Un ruolo importante può giocarlo anche la grande distribuzione e, in parte, ha già iniziato: stanno nascendo supermercati che hanno eliminato il packaging quando è inutile o che, quando non è possibile eliminarlo, lo hanno rimpiazzato con materiali compostabili e riciclabili. Le ricerche sulle bioplastiche, inoltre, stanno fornendo alternative sempre più valide rispetto al monouso: il settore è in una fase di espansione e nel medio-lungo periodo imballaggi, sacchetti, bottiglie, cannucce e posate realizzati con plastica tradizionale sono destinati ad essere superati da quelli di nuova generazione specie se saranno avranno un prezzo competitivo.

Finalmente anche le istituzioni si stanno occupando di aggredire l’emergenza. L’Unione Europea nel dicembre del 2018 ha raggiunto un accordo che prevede lo stop per la plastica monouso. Il patto prevede il bando, a partire dal 2021, di 10 tipologie di prodotti come cotton fioc, posate, piatti, cannucce, contenitori per alimenti e tazze in polistorolo. Le misure restrittive non saranno uguali per tutti i prodotti: saranno messi al bando quelli per cui esiste un’alternativa più sostenibile, mentre si limiterà l’uso di quelli per cui non esistono alternative valide, riducendone comunque il consumo. I produttori dovranno contribuire a coprire i costi di gestione e smaltimento dei rifiuti e quelli di sensibilizzazione per diversi prodotti quali sacchetti per alimenti, contenitori per le bevande e filtri di sigaretta. Sono inoltre previsti contributi per i produttori di plastiche meno inquinanti. Entro il 2025 gli stati membri avranno come obiettivo la raccolta del 90% delle bottiglie di plastica monouso per bevande, introducendo sistemi di cauzione e deposito, mentre altri prodotti dovranno avere chiare etichette con le informazioni per il loro smaltimento, il loro impatto sull’ambiente e la presenza di plastica.

L’iniziativa dell’UE è stata apprezzata anche dalle associazioni ambientaliste. “Sicuramente quello lanciato dall’Unione europea è un segnale importante, che risponde alle richieste e alle preoccupazioni di migliaia di cittadini. Ancora, però, si è lontani da una vera soluzione – afferma Greenpeace in una nota in cui commenta l’accordo – il testo approvato in Europa lascia ampi margini al nostro governo per rafforzare ulteriormente la normativa. Ci auguriamo che il ministro Costa, nel recepimento della direttiva, si impegni a responsabilizzare ulteriormente i produttori e a ridurre ulteriormente la produzione di plastica monouso che minaccia i nostri mari”.

 

Vincenzo Menichella

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Credits: Agostini Lab Srl