‘Se la montagna perde i suoi alberi protettori’

3 novembre 2018
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sostenibilità

Le drammatiche condizioni meteo di questi giorni hanno provocato una strage ambientale in tutta Italia. 

Il nostro clima inizia a somigliare a quello dell’Himalaya, dove le alluvioni non sono emergenze, ma disastri con cui si ha confidenza. Eppure in questo cadere del bosco c’è una specie di stanchezza. Se si arrendono anche le piante che ne sarà di noi?

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Piove e cadono gli alberi nel bosco davanti a casa mia. È dall’inverno scorso che cadono, da una nevicata di gennaio: neve pesante, umida, tutta ammassata dal vento su un lato del tronco, venuta giù di traverso per un giorno intero, finché i larici hanno cominciato a spezzarsi e crollare. Gli abeti sono più solidi, il peso dei rami li tiene bassi al suolo, il legno rimane elastico anche d’inverno, ma il larice è secco, fragile, slanciato al cielo, e se già conoscevo il rumore di uno ora conosco quello di dieci, venti, trenta larici che uno dopo l’altro si schiantano a terra.

In estate ne hanno tagliati mille dal mio bosco: dopo i crolli invernali, le piante storte e gracili sono state abbattute sperando che le altre si rinforzassero e crescessero più sane. Non ne hanno avuto il tempo perché con la pioggia e il vento d’autunno gli alberi hanno ricominciato a cadere. È come se un taglialegna invisibile facesse implacabilmente il suo lavoro. Quello è il bosco che guardo dalla finestra, la vista su cui apro la porta la mattina e la richiudo la sera, dopo anni non è più un paesaggio, è un compagno. Ma un compagno malato di una malattia che non so capire bene.

Abbiamo il dovere di essere documentati e ragionevoli quando parliamo di cambiamento climatico, quello di tanti titoli strillati non è che allarmismo dalla memoria corta, così ho controllato le date delle alluvioni da queste parti: nel nord-ovest d’Italia le più gravi degli ultimi vent’anni sono avvenute tutte tra fine ottobre e inizio novembre, e al momento, per fortuna, queste piogge del 2018 non sono tra le peggiori. Insomma che piova tanto non è un’anomalia storica, piuttosto è vero che il fenomeno è sempre più frequente e regolare, ormai succede tutti gli anni o quasi.

Il nostro clima comincia ad assomigliare a un clima tropicale. Così più che le grandi alluvioni del passato mi viene in mente il monsone himalayano, sarà che torno adesso da un lungo viaggio in Nepal: laggiù si sa che tutti gli anni in giugno comincia a piovere, e non smette fino a settembre. Le alluvioni in Himalaya non sono emergenze, sono disastri periodici con cui si ha confidenza. Si sa che ogni anno ci saranno frane, che le strade saranno interrotte, i villaggi isolati, gli ospedali irraggiungibili, la corrente elettrica assente; che per giorni non si andrà né al lavoro né a scuola, che alcune case crolleranno, che qualcuno morirà in un incidente; si mettono in conto i danni con una tranquillità tutta nepalese. Poi, alla fine delle piogge, piano piano si bruciano i morti e si ricostruisce tutto.

In Nepal farebbero ridere le nostre grida di questi giorni, “paesi isolati!”, “valli tagliate fuori!”, “ripristinare i collegamenti!”: quando si convive col monsone per tre o quattro mesi l’anno, ce la si prende necessariamente più comoda. Laggiù c’è una stagione per lavorare e un’altra per stare a casa ad ascoltare la pioggia che batte sul tetto. La stagione per osservare la strada che crolla sotto il fango, e quella per ricostruirla daccapo. Succede tutti gli anni: nessuno si lamenta, lancia allarmi, accusa, per cui forse dovremmo solo diventare un po’ più nepalesi, abituarci alle alluvioni e rassegnarci al fatto che la Terra è più grande di noi, e qualunque sia il motivo delle sue trasformazioni siamo noi che dobbiamo adeguarci a lei, imparare a conoscerla, regolare la nostra vita sulla sua, non pretendere il contrario.

Eppure in questo cadere del bosco sento una specie di stanchezza, proprio come un amico che non ce la fa più, e mi viene paura per come andrà a finire. Se si arrendono anche gli alberi, mi chiedo, che ne sarà di noi? Può darsi sia solo qualcos’altro a cui abituarsi, forse lo chiameremo umore da stagione delle piogge, passerà con la prima neve.

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Credits: Agostini Lab Srl