Residuo zero di pesticidi

20 Febbraio 2018
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BIOLOGICO

Un nuovo marchio di certificazione che garantisce ai consumatori, in molto clamoroso, il “residuo zero di pesticidi”.

Un gruppo di produttori francesi di frutta e verdura, ha presentato il nuovo marchio.  Quest’avvenimento, mi ha provocato uno stimolo, incontrollabile, a scrivere quest’articolo.

Per esperienza personale, spesso queste iniziative sono figlie della mancata possibilità di potere dichiarare il prodotto da agricoltura biologica. Per questo motivo, si cerca con qualche escamotage linguistico/tecnico di aggirare l’ostacolo. Capirete che, con tutta la buona volontà, non potevo di sicuro rimanere indifferente a questo tipo di comunicazione pubblicitaria, che racchiude, in poche parole, tutto quello che non mi piace in una attività di certificazione. E questa non è, purtroppo una comunicazione pubblicitaria estemporanea e poco diffusa, anzi sta incominciando a essere utilizzata sempre di più, sotto il magico cappello della parola “certificazione”, panacea di ogni cosa.

È la classica tipologia di comunicazione in cui non si afferma nulla di realmente verificabile, ma si fa intendere che quel bollino rappresenti un’importante garanzia per il consumatore; che, in buona fede, è convinto di acquistare un prodotto di grande valore aggiunto. È una tecnica sicuramente ben studiata però, a mio avviso, con risultati che possono essere ingannevoli.

Proviamo a esaminare bene la situazione specifica.

Non parliamo della parte grafica del marchio, il cui gradimento estetico è certamente opinabile, ma che in questo articolo non è oggetto di approfondimento.

Per il resto andiamo per ordine:

  • ZERO residuo di pesticidi. Cosa s’intende per “zero”? Approfondendo le spiegazioni si scopre che “garantirà al consumatore non più di 0,01 mg di pesticidi per chilo di prodotto”. Allora non è “zero”! Forse un chimico potrebbe anche trasformare mentalmente in automatico l’espressione “zero” con “sotto il limite di rilevabilità”, ma non tutti i consumatori sono dei chimici e, soprattutto, in questo caso i limiti esistono. Inoltre, quali pesticidi? Sono svolte analisi per tutti i pesticidi utilizzati in campo agricolo? Non lo credo economicamente sostenibile. È più credibile che si siano fatte delle scelte di analisi per coltura. O se ne cercano solo alcuni, uguali per tutti? È fondamentale conoscere questi particolari, per potere dare un giudizio di merito;
  • È una certificazione solo analitica? Leggendo l’articolo sembra di no. Infatti, “sono ammessi fertilizzanti minerali e prodotti di controllo biologico, ma sono vietati prodotti chimici di sintesi come il glifosato, o i neonicotinoidi e sono accettati substrati non ammessi in agricoltura biologica”. La situazione si fa più complessa. Dove trovo queste informazioni? Chi verifica quanto appena scritto? Fosse stata una certificazione solo analitica gli unici problemi da affrontare sarebbero stati quelli di un campionamento svolto da un soggetto terzo e capace di fare un piano di campionamento rispondente alla necessità di rispettare le regole, ma questo non è, pertanto deve essere ben chiarito se si tratta di autodichiarazione, come purtroppo siamo abituati in questo periodo, oppure di vera e propria certificazione, come presuppone la tipologia del marchio.

È tutto troppo vago e indistinto perché possa piacermi.

Ma questo è, ovviamente, un mio problema che non necessariamente può interessare il resto dell’umanità. Però è anche troppo vago e indistinto per permettere qualsiasi consapevolezza nel momento, altamente politico, dell’acquisto.

E questo, se permettete, ha una valenza decisamente maggiore.

Per troppi anni l’obiettivo della comunicazione è stato unicamente il poter scrivere la parola “certificazione”, come se solo questa potesse significare il valore aggiunto che chiudeva il cerchio di utilità per il consumatore.

Concretamente, quello che dovrebbe essere comunicato al mercato è quanto, in realtà, possa servire effettivamente la certificazione.

Se è utile per potere scegliere un prodotto in modo libero, ha la dignità per cui, molti decenni or sono, ha iniziato a diffondersi. In caso contrario è assolutamente controproducente per il consumatore e utile solamente per le aziende che mascherano, in una comunicazione molto confusa, il poco (o il peggio) che hanno da raccontare.

alberto bergamaschi

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Credits: Agostini Lab Srl