Pfas e cuore

25 Gennaio 2020
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sostenibilità

L’università di Padova scopre il legame tra i composti chimici e malattie cardiovascolari

Gli Pfas sono pericolosi per la salute. “Stando alle nostre scoperte, lo Pfoa (acido perfluoroottanoico) sarebbe in grado di attivare le piastrine, rendendole più suscettibili alla coagulazione, anche in condizioni normali, predisponendo a un aumento del rischio cardiovascolare”, spiega Carlo Foresta, ordinario di endocrinologia dell’Università di Padova e responsabile dello studio realizzato con Luca De Toni e Andrea Di Nisio. Lo scrive Repubblica.

I risultati sono stati pubblicati sull’International Journal of Molecular Sciences. Questa ricerca nasce dalle osservazioni epidemiologiche riportate sia in studi internazionali che dal Servizio Epidemiologico Regionale e indicative di un aumentato rischio cardiovascolare associato all’inquinamento da Pfas.

“Il meccanismo attraverso il quale lo Pfoa si suppone alteri l’equilibrio della coagulazione sanguigna è complesso: sembra infatti che l’inquinante agisca modificando la struttura della membrana cellulare delle piastrine, ovvero la struttura che protegge le cellule ematiche e ne media l’interazione specifica con i diversi tessuti corporei. In sostanza, studi in vitro hanno documentato, oltre alla modificazione della struttura della membrana, parametri piastrinici che esprimono una maggior propensione all’aggregazione piastrinica e quindi alla coagulazione”, spiega Foresta.

I PFAS sono composti che, a partire dagli anni cinquanta, si sono diffusi in tutto il mondo, utilizzati per rendere resistenti ai grassi e all’acqua tessuti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti ma anche per la produzione di pellicole fotografiche, schiume antincendio, detergenti per la casa.  Sono impiegati anche nella produzione di capi d’abbigliamento impermeabili, in prodotti per stampanti, pellicole fotografiche e superfici murarie, in materiali per la microelettronica. I composti perfluoroalchilici vengono usati inoltre nei rivestimenti dei contenitori per il cibo, come ad esempio quelli dei “fast food” o nei cartoni delle pizze d’asporto, nella produzione di Ptfe (dalle note proprietà antiaderenti) e di nuovi materiali che hanno trovato applicazione in numerosi campi come quellotessile. Come conseguenza dell’estensiva produzione e uso dei Pfas e delle loro peculiari caratteristiche fisico-chimiche, questi composti sono stati spesso rilevati in concentrazioni significative in campioni ambientalie in organismi viventi, incluso esseri umani.

Come conseguenza dell’estensiva produzione e uso dei PFAS e delle loro caratteristiche chimiche questi composti sono stati rilevati in concentrazioni significative nell’ambiente e negli organismi viventi.

Nel 2006 l’Unione Europea ha introdotto restrizioni all’uso del PFOS, una delle molecole più diffuse tra i PFAS, da applicarsi a cura degli Stati membri. Per le acque potabili non sono ancora definiti e non esistono limiti di concentrazione nella normativa nazionale ed europea. La Regione del Veneto, si legge sul sito dell’Arpa, ha recepito le indicazioni del Ministero della Salute sui livelli di performance da raggiungere nelle aree interessate da inquinamento da composti fluorurati.

Il problema dei Pfas è gravissimo in Veneto. Nell’estate 2013, a seguito di una campagna di misurazione di sostanze chimiche contaminanti rare sui principali bacini fluviali italiani, promossa dal Ministero dell’Ambiente, è emerso un inquinamento diffuso da sostanze perfluoro-alchiliche (PFAS). L’inquinamento riguarda parte delle province di Vicenza, Verona e Padova.  I PFAS sono stati riscontrati nelle acque superficiali, nelle acque sotterranee e anche in alcuni campioni di acque destinate al consumo umano.

Il Centro Nazionale Ricerche – Istituto di Ricerca sulle Acque (CNR – IRSA), in accordo con il Ministero dell’Ambiente, ha effettuato, tra il 2011 e il 2013, una campagna di misura di sostanze chimiche contaminanti rare sui principali bacini fluviali italiani. Oltre alle acque superficiali, sono stati prelevati campioni di acqua destinata al consumo umano in più di 30 comuni nella provincia di Vicenza e nelle zone limitrofe delle province di Padova e Verona. Le indagini hanno evidenziato un inquinamento diffuso di sostanze perfluoro-alchiliche (PFAS), a concentrazione variabile in alcune aree della provincia, come spiega l’Ulss di Verona.

Nel 2017 in piena emergenza, alcuni importanti dirigenti di Ussl, come scrive il Fatto quotidiano, sostengono che l’esposizione a Pfas può essere paragonata a un eccesso di zuccheri nella dieta. La Regione con una delibera del luglio 2017 che ha lanciato un programma di plasmaferesi o scambio plasmatico. In pratica una sorta di “lavaggio” del sangue per abbassare la concentrazione di questi inquinanti.

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Credits: Agostini Lab Srl