Pesticidi nel cibo: legale non vuol dire sicuro

14 Dicembre 2018
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sostenibilità

La sicurezza degli standard di legge per i residui non è sempre una garanzia

Tracce di pesticidi, insetticidi e altri prodotti chimici fanno spesso la loro comparsa in buona parte del cibo che consumiamo. Negli Stati Uniti più del 75% della frutta e più del 50% della verdura contengono residui di pesticidi, secondo il rapporto di monitoraggio dei pesticidi presentato nel 2016 dalla Food and Drug Administration. Anche le analisi del rapporto EFSA 2016 sui residui di pesticidi negli alimenti hanno individuato tracce quantificabili di pesticidi nel 45,5% degli oltre 81.000 campioni analizzati. In entrambi i casi le tracce riscontrate sono inferiori ai limiti di legge nella quasi totalità dei campioni, ma questo non vuole dire che possiamo fidarci totalmente.

Per decenni le agenzie di sicurezza alimentare hanno considerato queste tracce di contaminanti sicure per la salute. Ma nuovi orientamenti della ricerca scientifica stanno mettendo in discussione questa convinzione. Recenti ricerche hanno spinto gli scienziati a considerare che la promessa di sicurezza data dai limiti stabiliti potrebbe non poggiare su basi solide. In particolare la ripetuta esposizione per lunghi periodi a tracce di pesticidi nella nostra dieta potrebbe portare a una serie di conseguenze negative per la salute.

Gran parte della popolazione statunitense ha residui di pesticidi nel sangue e nelle urine: il principale veicolo di esposizione sono le abitudini alimentari. Risultati simili si sono registrati in Europa e anche in Italia dove, come segnala l’Isde, in un campione di 14 donne volontarie e non professionalmente esposte al glifosato è stata evidenziata in tutte la presenza di residui di questo erbicida nelle urine.

“Gli attuali livelli di tolleranza ci proteggono dalla tossicità acuta – dice il dottor Jorge Chavarro, professore associato presso il dipartimento di Nutrizione ed Epidemiologia alla Harvard T.H. Chan School of Public Health, nel commentare i risultati di uno studio che associa l’esposizione a livelli di pesticidi entro la norma e infertilità – il problema è che non è chiaro fino a che punto la lunga esposizione, attraverso il cibo, a livelli di pesticidi entro la soglia di tolleranza possa o non possa essere un pericolo per la salute”. “Oltre all’associazione con problemi di fertilità ci potrebbero essere altri effetti sulla salute – continua Chavarro – ma non li abbiamo studiati a sufficienza per poter fare un’ adeguata valutazione del rischio”.

La preoccupazione per l’esposizione cronica ai pesticidi attraverso il cibo è condivisa dalla dottoressa Linda Birnbaum, che dirige lo U.S. National Institute of Environmental Health Sciences. “Le attuali leggi statunitensi – afferma la dottoressa in un editoriale – non hanno mantenuto il passo del progresso scientifico che ha mostrato come prodotti chimici ampiamente usati causano effetti negativi per la salute a livelli in precedenza considerati sicuri”. E questo è maggiormente vero per le fasce di popolazione che possono essere più a rischio, come i bambini. “Come sottolinea Bruce Lanphear – prosegue la dottoressa – nessuna legge proteggerà la salute pubblica se non si occuperà di capovolgere uno dei principali assunti della tossicologia: è la dose a fare il veleno. Negli ultimi trent’anni, nota Lanphear, le prove di alcuni studi sui prodotti chimici più largamente analizzati – cuoio, amianto, tabacco, benzene, mostrano come alcuni prodotti siano più tossici a livelli più bassi di esposizione. Le norme, invece, si basano ancora sull’assunto che l’effetto tossico emerge al raggiungimento della soglia e aumenta all’aumentare della dose”. Birnbaum, inoltre, sottolinea come le attuali normative non tengano conto che siamo esposti fin dal concepimento a diversi agenti chimici il che può generare un effetto cocktail per analizzare il quale la ricerca sta affinando nuovi metodi. Mentre gli standard utilizzati per i protocolli di sicurezza risalgono anche a oltre quaranta anni fa, quando l’eventualità di danni derivanti dall’esposizione a più agenti non era presa in considerazione.

Un esempio clamoroso di come gli standard di sicurezza siano poco efficaci quando si tratta di pesticidi ed erbicidi riguarda l’insetticida chlorpirifos, molto utilizzato per frutta e verdura e i cui residui sono stati trovati anche nel babyfood. Per anni la Environment Protection Agency ha assicurato che l’esposizione a dosi inferiori alla soglia di tolleranza legale non era pericolosa. In anni recenti una ricerca ha però dimostrato l’associazione tra l’esposizione al chlorpirifos e lo sviluppo di deficit cognitivi nei bambini. La correlazione ha spinto la EPA nel 2015 a proporre la revoca di ogni soglia di tolleranza e a suggerire il ritiro dal mercato dell’insetticida. Ritiro che però non è arrivato, tant’è che la presenza dell’insetticida viene ancora riscontrata nel cibo dai test effettuati dalla FDA. Una recente sentenza federale ha ordinato all’EPA di revocare le soglie di tolleranza e applicare la messa al bando dell’insetticida citando “prove scientifiche che i suoi residui nel cibo causano un danno di sviluppo neurologico nei bambini”. Ma l’EPA anziché applicare la sentenza ha chiesto un riesame della causa.

Un altro studio che pone seri dubbi sulla credibilità delle soglie di tolleranza è lo studio pilota realizzato dall’Istituto Ramazzini di Bologna sul glifosato. Lo studio presentato il 16 maggio al Parlamento Europeo ha messo in evidenza come queste sostanze possono alterare lo sviluppo sessuale, avere effetti genotossici e colpire il microbioma intestinale; anche in quantità uguali alla dose giornaliera considerata sicura dall’EPA di 1,75 milligrammi per chilogrammo di peso corporeo. Questi effetti sono ovviamente amplificati tra i neonati e durante l’età dello sviluppo. L’importanza di questa ricerca sta nel fatto che è stata totalmente finanziata attraverso le donazioni dei suoi soci e l’istituto bolognese intende realizzare il più grande studio di lungo periodo sugli erbicidi a base di glifosato, necessario per confermare le prime evidenze di effetti cronici, con lo stesso metodo lanciando una campagna di crowdfunding internazionale in collaborazione con altri partner.

Dunque l’assunto classico della tossicologia che sostiene che è la dose a fare il veleno va sicuramente ridimensionato. “Buona parte degli attuali standard legali per i pesticidi contenuti da cibo e acqua non proteggono completamente la salute pubblica – afferma la dottoressa Olga Naidenko dell’associazione Environmental Working Group – e non seguono le più recenti scoperte scientifiche. Legale non significa necessariamente sicuro. Portare le leggi sulla salute pubblica in linea con le più recenti ricerche è un passo decisivo per proteggere la salute dei cittadini”.

Risultati del genere dovrebbero far riflettere sulla leggerezza con cui si accettano come sicuri i limiti legali. Alcuni degli alimenti che contengono tracce considerate trascurabili di pesticidi e insetticidi arrivano sulle nostre quotidianamente o quasi: frutta, verdura, cereali, olio, succhi di frutta, perfino nella pasta. Non va trascurato che gli effetti meno conosciuti arrivano dall’esposizione nel lungo periodo, che può provocare un effetto accumulo, e da quella ad agenti diversi, tant’è che spesso si parla di multi-residuo nello stesso campione. Concludere che le soglie di tolleranza stabilite dalle agenzie di controllo siano inutili sarebbe ovviamente un errore, ma pretendere che queste siano sottoposte a verifiche puntuali e soprattutto non siano influenzabili da azioni di lobbing sarebbe ragionevole oltre che giusto.

Un consumatore consapevole non ha però bisogno di attendere le decisioni delle agenzie di controllo, ma può scegliere prodotti biologici, che non contengono residui di pesticidi di sintesi. Una recente ricerca francese, basata su un campione di quasi 70.000 individui, ha associato a una dieta biologica la riduzione di rischio di sviluppare un tumore. Lo studio, che è durato 4 anni e mezzo, è arrivato alla conclusione che chi mangia più spesso biologico ha meno possibilità di sviluppare tre tipi di tumore: il cancro al seno post menopausa, il linfoma di non-Hodgkin e i tumori del sistema linfatico. Per quanto alcuni aspetti della correlazione siano ancora poco chiari e da approfondire uno dei fattori che i ricercatori hanno ipotizzato poter avere un ruolo decisivo è l’esposizione ai pesticidi

vincenzo menichella

 

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Credits: Agostini Lab Srl