ONU: pesticidi inutili e mortali

22 Giugno 2017
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sostenibilità

I pesticidi usati in agricoltura causano circa 200.000 morti all’anno in tutto il mondo. A sostenerlo è un rapporto degli inviati speciali delle Nazioni Unite per il diritto al cibo, Hilal Elver, e per le sostanze tossiche, Baskut Tunkat, presentato a Ginevra al Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu lo scorso 17 gennaio.

I due osservatori affermano nella loro relazione che i pesticidi “hanno un impatto catastrofico sull’ambiente, sulla salute umana e sull’intera società”. L’esposizione continuata ai pesticidi è da tempo collegata all’insorgere di molte patologie gravi come cancro, morbo di Alzheimer, morbo di Parkinson, disfunzioni ormonali e infertilità. I lavoratori agricoli, le comunità che vivono nei pressi delle piantagioni, i bambini e le donne in gravidanza sono particolarmente esposti ai danni causati da questi prodotti e necessitano di maggiori protezioni.

La schiacciante maggioranza dei decessi segnalata nel rapporto, circa il 99%, avviene nei paesi in via di sviluppo, questo è dovuto a un doppio standard che si va affermando nelle legislazioni nazionali destinate a limitare e a proteggere dalle conseguenze dell’uso dei pesticidi: se, ad esempio, il quadro normativo europeo sui prodotti chimici si basa sul principio di precauzione, come stabilito dall’articolo 191 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, nel resto del mondo le legislazioni a tutela della salute e dell’ambiente sono più deboli, come negli Stati Uniti o nei paesi in via di sviluppo. Il rapporto riconosce che sebbene alcuni trattati internazionali ormai offrono protezione nei confronti di alcuni pesticidi, non esiste ancora un accordo globale che regoli l’uso della gran parte di essi, e questo produce una crepa nella struttura di protezione dei diritti umani. Solo il 35% dei paesi in via di sviluppo, si legge ancora nello studio, ha un regime legale di protezione dai pesticidi, ma anche in quei casi l’applicazione risulta problematica.

In particolare il rapporto enfatizza l’alto numero di bambini che hanno subito danni a causa dell’esposizione ai pesticidi, che ha conseguenze più gravi quando avviene in giovane età, spesso dovuta alle pericolose condizioni di lavoro nella filiera alimentare dei paesi in via di sviluppo, dove lo sfruttamento del lavoro minorile è molto diffuso.

Anche gli effetti sull’ambiente sono presi in considerazione. Alcuni pesticidi possono persistere nell’ambiente per decenni e mettere a rischio l’intero sistema ecologico dal quale dipende la produzione di cibo. L’uso massiccio degli antiparassitari contamina il suolo e le falde acquifere, causa la perdita di biodiversità, uccide gli antagonisti naturali dei parassiti e riduce il valore nutrizionale del cibo. In particolare l’uso dei pesticidi neonicotinoidi è considerato responsabile del sistematico crollo della popolazione delle api in tutto il mondo, che mette a rischio l’impollinazione di circa il 71% delle specie vegetali.

Non mancano le accuse verso le aziende produttrici. Nel rapporto, infatti, si legge: ”Mentre la ricerca scientifica conferma gli effetti negativi dei pesticidi, provare definitivamente un collegamento tra l’esposizione e le malattie o il pericolo per l’uomo o per l’ecosistema si configura come una sfida notevole. Questa sfida è stata inasprita dalla sistematica negazione, alimentata dall’industria agricola e dei pesticidi, dalla grandezza del danno inflitto da questi prodotti chimici, e dalle strategie di marketing aggressive e contrarie all’etica”.

Anche la classica argomentazione messa in campo dall’industria chimica per cui i pesticidi sarebbero necessari per garantire raccolti sufficienti a sfamare la crescente popolazione mondiale (che si stima raggiungerà i nove miliardi e mezzo di persone entro il 2050) viene messa in discussione. Secondo Hilal Elver, uno degli autori dello studio, questo sarebbe un luogo comune: gran parte dei pesticidi, un mercato che vale oltre 50 miliardi di dollari, è utilizzato per colture destinate al mercato delle materie prime – come tabacco, olio di palma e cotone – e quindi hanno poco a che vedere con l’esigenza di sfamare il pianeta. Inoltre, sostiene sempre Elver:” Secondo la F.A.O. oggi siamo in grado di nutrire 9 miliardi di persone. La produzione sta definitivamente aumentando, i problemi sono la povertà, la disuguaglianza e la distribuzione”.

I due autori spingono piuttosto per un sostanziale cambiamento nell’approccio all’agricoltura che rimpiazzi la chimica. “I nuovi sviluppi nell’agroecologia – dice Elver – sono capaci di garantire un raccolto in grado di nutrire la popolazione mondiale senza minare il diritto alla salute delle generazioni future. È tempo di sfatare il mito che i pesticidi sono necessari a sfamare il pianeta e di creare un processo di transizione verso un’agricoltura e un processo di produzione più salutare”.

Anche il mondo del biologico dovrebbe avviare una riflessione a riguardo. Il recente studio realizzato dal MUSE di Trento in collaborazione con il CNR e l’istituto di geofisica di Povo (TN) mette in guardia sugli effetti che due dei pesticidi ammessi in agricoltura biologica hanno sull’ambiente. Sono stati, infatti, monitorati gli effetti di rame e azadiractina – usati come previsto dal Disciplinare Provinciale – sugli insetti che vivono nelle acque del Rio Gola, dove i due elementi arrivano per dilavamento. Le conclusioni dello studio mettono in evidenza che i due agenti non sono innocui e in concentrazioni molto elevate possono diventare pericolosi per la fauna acquatica.

Le conclusioni dello studio delle Nazioni Unite raccomandano il ricorso a un trattato globale che limiti l’uso dei pesticidi, e metta in chiaro le responsabilità delle corporations nel produrre e vendere prodotti che non mettano a rischio il diritto di avere un cibo e un ambiante adeguati. Inoltre, per i due autori, vanno incentivate pratiche di agricoltura sostenibile e biologica e metodi naturali per la soppressione dei parassiti.

vincenzo menichella

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Credits: Agostini Lab Srl