Nuovi OGM a che punto è il dibattito?

8 Ottobre 2019
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sostenibilità

Le nuove tecnologie genetiche sembrano più sicure. Ma che c’entrano con il bio?

Alla fine il dietrofront sugli OGM della ministra delle politiche agricole e forestali Teresa Bellanova è arrivato a Bologna, nel corso della tre giorni del Villaggio Coldiretti. Lo scorso 10 settembre la ministra aveva affermato a Radio 24 che “quello degli OGM è un tema delicato che non va affrontato in modo azzardato”, annunciando di voler aprire rapidamente un confronto anche con le parti imprenditoriali.

Sebbene non si trattasse di una vera e propria apertura, la dichiarazione di Bellanova aveva provocato subito reazioni negative. Tra le altre quella di Slow food che, attraverso una lettera indirizzata alla ministra dal presidente Carlo Petrini, fa sapere: “Siamo fortemente preoccupati dalle conseguenze di biotecnologie che oggi vengono presentate come meno invasive degli OGM ma che rischiano, allo stesso modo, di alterare gli equilibri sociali ed ecologici delle nostre campagne e migliaia di agricoltori. Le New Breeding Tecniques restano comunque un prodotto dell’agroindustria, con conseguenti rischi e incertezze. Ancora una volta, però, si trascura il fatto che l’agricoltura non è una materia da laboratorio, dove tutto avviene in un ambiente controllato”.

Dopo le polemiche la ministra ha chiarito la sua posizione a Bologna. “I produttori agricoli non hanno assolutamente da temere le mie posizioni, – ha detto all’ANSA – perché io ribadisco e ribadirò anche oggi che gli OGM in Italia son vietati e tali rimarranno”. La stessa posizione era stata anticipata il giorno prima in un’intervista al Foglio in cui Bellanova affermava che discutere di OGM è discutere del passato remoto. Anche se le parole successive della ministra sembrano lasciare una porta aperta: “Se ci sono interventi che, attraverso la ricerca ma senza fare produzioni Frankenstein, permettono di rendere un seme meno deperibile, non dobbiamo precluderci questa via. Io non ho già un decreto pronto, dico solo ‘confrontiamoci’”.

In Europa gli OGM ottenuti tramite le tecniche tradizionali sono espressamente vietati dalle direttive comunitarie, ma le tecniche di mutagenesi e di editing genetico sono successive alla normativa che, dunque non le comprende. Questo ha richiesto l’intervento della Corte Europea di Giustizia che, con una sentenza del 2018, le assimila a quelle tradizionali e le assoggetta alle stesse norme, anche se lascia ai singoli stati la possibilità di applicare gli obblighi della direttiva per le nuove tecniche “utilizzate in varie applicazioni con una lunga tradizione di sicurezza”.

Quest’ultime sono considerate più efficaci, meno costose e capaci di dare risultati più prevedibili rispetto a quelle tradizionali. Tra queste le più promettenti e utilizzate sono la Crispr-Cas9 e la Crispr-Cpf1, che permettono anche piccoli cambiamenti nel genoma, in molti casi senza inserire DNA estraneo e senza lasciare tracce nel prodotto finale, che risulta indistinguibile da un organismo che abbia sviluppato quelle stesse caratteristiche attraverso un processo naturale. Le tecniche Crispr sono già state utilizzate in alcuni casi per rendere le piante più resistenti ai pesticidi e alle condizioni climatiche avverse. Proprio le applicazioni per cui la ministra sembra auspicare un confronto.

Mentre in Europa e in altre parti del mondo la politica sta ancora decidendo se e come equiparare le nuove tecnologie a quelle tradizionali, negli Stati Uniti è stato deciso che le varietà ottenute attraverso le New Breeding Tecniques non devono essere regolamentate come quelle OGM tradizionali e infatti il dipartimento dell’Agricoltura non le assoggetta a controlli. Ma per quanto siamo di fronte ad una tecnologia che potrebbe cambiare il mondo, dubbi sulla sua sicurezza permangono e secondo alcuni studi rischierebbe di provocare cancellazioni non volute e incontrollate di DNA.

Nel caso dell’agricoltura biologica l’Unione Europea vieta in modo assoluto di utilizzare materiale OGM: il regolamento UE 848 del 2018 definisce gli OGM e i prodotti da questi derivati “incompatibili con il concetto di produzione biologica e con la percezione che i consumatori hanno dei prodotti biologici”. Anche se i più importanti enti di rappresentanza sono contrari l’utilizzo delle nuove tecniche genetiche, come IFOAM e Soil Association, il fronte del movimento biologico non è del tutto compatto e organizzazioni come la Organic Seed Association sembrano più aperte.

“Per gli agricoltori, anche quelli biologici, – ha detto Urs Niggli, direttore del FiBL, in un’intervista all’edizione tedesca del Greenpeace magazine – il nuovo metodo apre molte possibilità: si potrebbero selezionare piante in grado di adattarsi meglio a condizioni ambientali difficili, per esempio siccità, saturazione acquosa del terreno o salinizzazione. Si potrebbe migliorare la struttura delle radici sottili, in modo che possano ricavare dal terreno più sostanze nutritive come fosforo o azoto. E si potrebbe anche aumentare la tolleranza o la resistenza nei confronti di malattie e organismi nocivi, oltre alla conservabilità e alla qualità di prodotti alimentari e mangimi. I critici tendono a liquidare queste possibilità come promesse vuote. A me sembrano miglioramenti ecologici evidenti, in grado di ridurre i grandi problemi dell’agricoltura convenzionale”.

Le potenzialità di queste tecnologie sono enormi, così come le sfide che deve affrontare l’agricoltura, e in particolare quella biologica. Continuare la ricerca in questa direzione sembra promettente, e potrebbe in pochi anni far abbandonare la strada delle tecnologie transgenetiche; che sono comunque attualmente in uso per la produzione soprattutto di soia, grano e cotone. Se la manipolazione genetica con tecnologia la Crispr è in grado di ottenere piante del tutto simili a quelle generate attraverso gli incroci naturali può dircelo solo una sperimentazione approfondita e trasparente.

Nei prossimi anni l’aumento della popolazione mondiale inevitabilmente richiederà un’agricoltura più produttiva e la lotta ad infestanti e parassiti – che si fa sempre più difficile, basti pensare ai casi xilella e cimice asiatica – potrebbe trovare in queste tecnologie un alleato, così come lo sono l’agricoltura di precisione e altre innovazioni tecnologiche. Colture resistenti a parassiti e infestanti porterebbero sicuramente a un’enorme diminuzione dell’uso di pesticidi e forse dell’acqua per irrigare. È chiaro che un’apertura incondizionata vorrebbe dire arrendersi a un modello di agricoltura che non corrisponde ai valori dell’agricoltura biologica, ma un’agricoltura che vuole diventare davvero sostenibile deve esplorare, con prudenza e nel rispetto del principio di precauzione, anche questa strada, senza tabù.

 

Vincenzo Menichella

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Credits: Agostini Lab Srl