Non si acquista un prodotto, ma un prodotto venduto da qualcuno

10 Luglio 2019
|
sostenibilità

Non si acquistano, sul mercato, solamente dei prodotti, ma dei prodotti venduti da persone, da aziende e, ora, anche da entità virtuali. 

Questa affermazione, da marketing elementare, non è così scontata come sembra, perché si puntualizza che, durante l’acquisto, viene coinvolta anche una valutazione etica complessiva.

Il prodotto e chi lo vende sono realtà inscindibili, che non possono essere comunicate in modo autonomo, ma sono strettamente collegate tra loro.

Questo è insito nelle caratteristiche di percezione di quella parte rettiliana del nostro cervello che viene utilizzata per la valutazione della fiducia che si può riporre nell’acquisto di un prodotto, sia riguardo all’oggetto che viene acquistato sia rispetto a chi lo mette in commercio.

È proprio la parte rettiliana, quella più antica, ad entrare in gioco. Quella che valuta se può interessare approfondire una transazione commerciale o immediatamente rifiutarla. Ed è tanto più coinvolta ora che il rapporto tra acquirente e venditore è molto più sfumato rispetto a una volta, fino appunto arrivare a rapporti non più fisici, ma virtuali.

È evidente che chiunque trovi un piatto anonimo per strada, con appoggiato sopra qualche prodotto alimentare, si rifiuterebbe certamente di assaggiarlo, a meno che, ovviamente, non si ritrovasse in una situazione alimentare molto difficile.

Questo rifiuto al consumo deriverebbe dalla mancanza della fiducia rispetto a quanto trovato, indispensabile per iniziare un “dialogo” culinario.

Questa scarsità di fiducia è certamente derivata dall’assenza di informazioni che possano permettere al nostro simpatico e vecchio cervello rettiliano di fare le opportune valutazioni.

Pertanto, per avere la spinta indispensabile per l’approfondimento occorre ricevere delle informazioni. Con queste, se ritenute interessanti, si entra nell’area di fiducia e si accetta di proseguire nell’ambito di una valutazione empatica.

Sul funzionamento di questi processi mentali del marketing, oramai, non ci sono più dei segreti. Prima la fiducia, poi il sogno emozionale e, infine, la valutazione razionale.

Queste sono le fasi della comunicazione che sono percorse da noi, sicuramente in modo inconscio, ma inevitabile.

Quindi? Ci si potrebbe fermare a questo punto. Dopo avere fatto questa sorta di riassunto operativo, necessario per comprendere una seria e chiara comunicazione pubblicitaria, e dopo avere spiegato del perché tutte le pubblicità sono costruite con questi criteri.

Ma le mie considerazioni sono state ulteriormente complicate e solleticate da una serie di comunicazioni commerciali che ci stanno invadendo, in questo periodo, via radio e televisione in modo abbastanza martellante.

Un’azienda molto importante e sponsorizzata, che vende prodotti biologici, sta facendo un tentativo molto importante di acquisire una grossa fetta di mercato del settore e ci ricorda giornalmente che se uno vuole acquistare una certa categoria di prodotti biologico è il caso che si rivolga a lei, perché è in grado di essere un referente privilegiato.

E quindi, qual è il punto? Il punto è che per la mia attività conosco bene un fornitore di questa azienda e questo ha dovuto sospendere la sua attività nel biologico, avendo grossi danni commerciale, perché l’azienda che utilizza dei mezzi così costosi per la comunicazione, come la radio e, soprattutto, la televisione, ha la strana e sgradevole abitudine di non pagare quanto dovuto ai suoi fornitori. Con le conseguenze che ognuno di noi può immaginare.

E qui andiamo a toccare dei tasti non molto semplici e non di facile valutazione .

Le informazioni che il nostro cervello rettile acquisisce, per valutare che l’azienda sia degna di fiducia sono così allargate a 360° da comprendere, oltre a quella tecnica e organolettica, anche la parte etica?

E a noi le informazioni per la valutazione etica interessano realmente? O deleghiamo questo aspetto ai controlli di routine dell’autorità pubblica? Sempre che, ovviamente, all’autorità pubblica possa interessare se le aziende siano solventi o meno.

Inoltre, come fare ad averle?  Io sono agevolato perché lavoro nel settore e mi capita ogni tanto di inciampare su queste informazioni, di solito non di dominio pubblico. Ma chi non ne ha il possesso e, presumibilmente mai l’avrà. come fa a valutare la cosa in modo tale da avere qualche possibilità di consapevolezza nelle scelte fatte?

Si potrebbe utilizzare le modalità delle recensioni dei locali pubblici, in modo adeguatamente protetto, in modo tale che sia molto difficile inserire informazioni volutamente false (le cosiddette fake news), per screditare o anche esaltare qualche struttura.

Questa procedura, non nuova, ma innovativa, non sarebbe altro che qualche cosa di simile a una certificazione partecipata, che renderebbe anche moderna questa azione.

Mi rendo conto di buttare un sasso in uno stagno di superficie molto ampia, ma sarete d’accordo con me che queste informazioni etiche siano spesso trascurate, millantando pretestuose difficoltà di reperimento, per accontentarsi di poche notizie, in nome di un quieto vivere molto di comodo.

Alberto Bergamaschi

Tags: , ,
Banner Content
Credits: Agostini Lab Srl