Non chiamatelo vegano

8 Agosto 2017
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MERCATO

Una linea di prodotti salutari, solo vegetali e, soprattutto, belli. Ma attenzione a chiamarli vegani. Il proprietario, con una lunga esperienza nel mondo della ristorazione e del food, non apprezza definirlo “vegan”, perchè la caratteristica principale è il sapore: “Si tratta di creare dei profili di gusto che ci piacciono e siano riconoscibili”.

E’ una notizia che riguarda un marchio di New York, una start up alimentare che si chiama Tyme, che si definisce healty fast food. Piatti pronti, confezioni molto trasparenti e “fotogeniche”.

L’esitazione, rispetto alla categoria vegana ha un senso, soprattutto nel mercato Usa, dove l’opzione salutista e sostenibile ha un peso sempre più determinante, mentre vegetariani e vegani ortodossi sono solo una porzione irrilevante della popolazione (intorno al 2%).

I prodotti vegetariani hanno registrato una flessione dello 0,3%, quelli vegani sono aumentati dello 0,2% secondo i dati Nielsen.

Queste indicazioni non garantiscono una chiara strategia per le aziende che in questo settore si muovono: da una parte, le proteine vegetali sono più economiche e più sostenibili, dall’altra la definizione “vegana” è molto rischiosa, perchè la percezione diffusa è che i prodotti così definiti non siano buoni di sapore, come spiega un esperto a Fortune. Ci sono i casi di Beyond Meat, che produce alimenti “sostitutivi della carne” e che, dopo notevoli pressioni, ha guadagnato la sua posizione, nei negozi, di fianco alle offerte di carne, dopo esser rimasta nel settore “vegano” per troppo tempo. O quello della Hampton Creek, che ha combattuto strenuamente per chiamare la sua maionese senza uova, “majo”, per raggiungere un pubblico più ampio dei suoi precedenti solo vegani. Ma c’è anche una catena di fast food a base di quinoa e solo veg, Eatsa’s, che non vuole saperne di vincolarsi ad una promozione “salutare, sostenibile o vegetariano”.

Come creare pasti sani che possono competere con i fast food tradizioni sia per sapore e prezzo? Questa sfida, affrontata con la solita lucida determinazione dal mercato Usa, non ha ancora portato risultati confortanti. Ma è proprio all’interno del paniere “pronti da mangiare” che si gioca la vera partita del cibo salutare e sostenibile. La frontiera dove una alimentazione di nicchia può abbracciare un più ampio e strutturato pubblico. Consumatori non necessariamente etici, ma con esigenze ben definite e abitudine da largo consumo. L’appeal visivo, il sapore e, aggiungiamo noi, possibilità di avere le giuste informazioni.

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Credits: Agostini Lab Srl