Non basta più la parola

30 Agosto 2017
|
BIOLOGICO

Fra pochi giorni si terrà il Sana, la fiera del biologico italiano e sarà un’edizione straordinaria. Sarà una festa, diranno i grandi marchi che opportunamente  del bio hanno fatto un vessillo. Il bio è già di per sé un successo e sarà sufficiente questo a determinare l’esito della manifestazione perché, come hanno capito bene a Bologna, non c’è bisogno di fare grossi investimenti. Ci penseranno gli espositori. Sarà una festa coordinata, perché il bio è già di per sé un grande successo e non serve fare grandi sforzi. Il bio è sano, il bio è green e “siamo tutti contadini”, come è scritto sulle magliette dei dipendenti nell’autogrill di Eataly, a Modena. C’è poco da aggiungere.

Il biologico in questi anni si è insinuato e poi è esploso con prepotenza sugli scaffali dei supermercati (si parla di un +16% nella gdo, secondo le anticipazioni che verranno presentate ufficialmente al Sana). Ma di che prodotto parliamo? Parliamo di cibo che risponde alle regole del mercato dei canali di distribuzione organizzata. Un prodotto che rispetta con rigore la “conformità”, cioè gli standard imposti dalla Legge europea. Regole che riguardano la coltivazione e, inevitabilmente, i residui che vengono accertati dalle ispezioni.

Ma è buono il biologico dei supermercati? Non c’è motivo per dubitarne. Sicuramente durante quest’estate sarà capitato a molti di voi di andare in vacanza in giro per l’Italia e mangiare fuori. Quasi sicuramente piatti tipici realizzati con mano sapiente e ingredienti locali. Idee e ricordi che difficilmente riusciamo a replicare, una volta tornati a casa, con prodotti di tutt’altra provenienza. Lo sappiamo benissimo, perché come italiani abbiamo nel DNA la qualità intrinseca dei prodotti. Gli ortaggi di una certa provenienza, la carne e i formaggi di un determinato fornitore. La nostra identità è connotata da questi ricordi. Tempo fa, un produttore di passata di pomodoro sosteneva con decisione che per fare un buon sugo è necessario che il pomodoro sia italiano e la lavorazione locale, opponendosi a quanti dicevano che il prodotto italiano è figlio unicamente dell’idea e non della sostanza. Un po’ eccessivo? Forse.

Una riflessione analoga può essere fatta pensando al biologico. Si rispettano le regole per evitare sanzioni e avere un prodotto “conforme”. Ma chi si ferma a guardare poi la qualità nutrizionale e organolettica del prodotto? La gdo ha altri obiettivi, a fronte di una forte domanda risponde raccogliendo la maggior quantità possibile di prodotto a basso prezzo, per poter ottenere margine di guadagno. Il supermercato, soprattutto quello specializzato, a fronte di una sempre più esagerata richiesta di “cibo sano”, punta a giocare un ruolo di rilievo nel mercato.

Tutto questo, inevitabilmente, genera conformismo e stimola canali di fornitura economici spesso non italiani, anche per prodotti di “tradizione” locale. Vale la pena acquistare un prodotto biologico di provenienza straniera?
In questi anni il biologico, parlando di consumi, ha assunto soprattutto una connotazione pratica e salutistica. Cioè l’attenzione ha cominciato a spostarsi da un concetto tradizionale più conviviale e godurioso del cibo, verso una idea funzionale. La tendenza che imperverserà nel futuro, già oggetto di interesse da parte delle aziende del food, è il cibo pronto ready to eat, che sta abbracciando con prepotenza quella offerta legata alle necessità alimentari e all’etica personale (diete particolari, “free from”) all’esigenza di ingredienti ad alto valore nutrizionale. Un cibo essenziale, dove l’equilibrio dei sapori è secondario alla somma delle caratteristiche nutritive.

Certificato e garantito, in questi anni, da un sistema di controllo privato – come nella maggioranza dei paesi comunitari – che ha dimostrato di aver raggiunto un livello di affidabilità che il controllo pubblico, messo in campo nei casi di sospensione di organismo di certificazione e solo per poche aziende, non è riuscito ad avere. Un’affidabilità messa giustamente a dura prova da scandali che regolarmente affliggono questo opulento settore, spesso gestiti male dalle organizzazione di categoria, che però evidenziano come il sistema dei controlli sia adeguato.

L’avversione ad un controllo privato non tiene conto del valore umano, il numero di ispettori e la loro formazione, che durante tutti questi anni di certificazione si è necessariamente creato. Una forza lavoro che, per organizzazione ed esperienza, non ha riscontro nel controllo pubblico, soprattutto tendendo conto che per legge è indispensabile che venga svolta, per azienda, almeno una visita ispettiva annuale. Ma se l’attenzione si sta sempre più spostando sulla credibilità della “conformità”, il numero di controllo e verifiche effettuate dimostra proprio il contrario: è il settore dell’agroalimentare con la maggior sicurezza. 

Questo però non risolve il problema principale: ci accontentiamo di un bio conformista o è giunto il momento di pretendere informazioni approfondite e chiare, una qualità reale dei prodotti che acquistiamo e finalmente trasparenza? Queste sono caratteristiche ormai imprescindibili per il futuro del settore e servono a rinnovare quei rapporti di fiducia tra produttori e consumatore, che gli scandali hanno fatto vacillare.

Questo dilemma, che da sempre accompagna il dibattito interno a questo mondo, in realtà ha già determinato una linea di separazione netta tra due visioni. Da una parte una visione pratica, che vede nel bio l’opportunità economica e si fa forte del risultato “a doppia cifra” del comparto, e dall’altra una visione idealista, che pensa sia necessario avere maggiore informazioni per un acquisto consapevole. Non esiste possibilità di sintesi e non si prefigura, in un futuro vicino, possibilità di creare “sistema”. Fortunatamente una terza via esiste già.

Tags: ,
Banner Content
Credits: Agostini Lab Srl