Nella sesta estinzione di massa

9 Agosto 2017
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sostenibilità

Siamo davanti a uno “sterminio biologico”. Una parola che può sembrare altisonante, ma che rivela, invece, una minaccia concreta, reale e che riguarda le specie animali. 

Uno spopolamento dalle proporzioni inimmaginabili che ha ricadute sull’intero ecosistema. Sono le prime, corpose, stime della sesta estinzione globale, così la definiscono tre biologi, Gerardo Ceballos dell’università nazionale autonoma del Messico, Paul Ehrlich e Rodolfo Dirzo dell’università di Stanford, in uno studio pubblicato il 10 luglio 2017 sulla rivista scientifica Pnas (Proceedings of the National Academy of Sciences). Un’analisi quantitativa diretta a documentare le dimensioni del problema, inquietanti. Dopo aver analizzato l’andamento delle popolazioni di 27.600 specie di vertebrati terrestri, ovvero la metà di mammiferi, degli uccelli, dei rettili e degli anfibi conosciuti, si è arrivati alla conclusione che queste specie sono in declino, sia dal punto di vista numerico sia da quello della diffusione geografica. In particolare, i risultati mostrano che più del 30% dei vertebrati è a rischio estinzione, ma non solo: dei 177 mammiferi presi in considerazione tutti hanno perso almeno il 30% delle loro aeree di residenza, mentre oltre il 40% ne ha abbandonato più dell’80%.

L’intero pianeta è coinvolto e non esiste un’area cristallizzata e “risparmiata”. E’ cominciata la sesta estinzione di massa della storia su questa terra, le specie scompaiono a un ritmo che non si vedeva dai tempi dei dinosauri 66 milioni di anni fa e l’uomo sembra non rendersene conto. Offuscato da interessi e dalla cupidigia di ragioni ben note che sono la causa della stessa deriva: agricoltura intensiva, allevamento, sfruttamento del sottosuolo, caccia e bracconaggio, inquinamento e cambiamento climatico. Molteplici cause che hanno una sola conseguenza: la distruzione degli habitat.

L’erosione della biodiversità non ha latitudini o longitudini ben precisi: in poco più di un secolo, dal 1900 al 2015, il numero degli animali è dimezzato. Le zone più colpite, in particolare per mammiferi e uccelli, sono quelle situate nelle zone tropicali come Amazzonia, bacino del Congo e Sud-Est asiatico. Un fenomeno che va al di là dei singoli esemplari considerati scomparsi dal mondo, in media due ogni anno. Nei manuali recenti si parla del Ciprinodonte Catarina, una specie di pesce dell’area messicana dichiarato estinto in natura e allo stato selvatico nel 1994. Mancano dati aggiornati: gli ultimi, risalenti al 2012, dicono che circa 20 esemplari si trovano in cattività presso il Children’s Aquarium a Fair Park, Dallas, in Texas.

Nel 2016, il pianeta aveva 35mila leoni africani (-43% dal 1993) e solo 7mila ghepardi. Di quest’ultimi, una volta presenti anche in Asia, ne restano solo 50 esemplari in Iran, mentre in Zimbabwe il dato più impressionante: in sedici anni la popolazione di ghepardi è crollata da 1.200 esemplari a soli 170. La popolazione di orango nel Borneo è scesa del 25% negli ultimi dieci anni, toccando quota 80mila, mentre in 30 anni le giraffe sono diminuite da 115mila unità nel 1985 a 97mila nel 2015.

Ma lo studio dei tre biologi porta alla luce qualcosa di più preoccupante: in questo processo sono coinvolti anche animali del nostro quotidiano. Per esempio in Francia, spiega il giornale Le Monde, negli ultimi 10 anni è scomparso il 40% dei cardellini. Gli animali che siamo abituati a vedere tutti i giorni, infatti, rappresentano il 30% delle specie a rischio. «E’ un forte segnale della gravità dell’attuale di estinzione biologica», ha avvertito Gerardo Ceballos sempre su Le Monde.

Secondo i tre biologi, tra le azioni prioritarie, sarà necessario limitare l’effetto negativo dell’uomo sulla biodiversità. Bisogna ripensare alle modalità di produzione e consumo, utilizzando tecnologie meno invasive per l’ambiente e inasprire le pene per il commercio delle specie in via d’estinzione. Secondo gli scienziati bisogna agire in fretta per garantire la sopravvivenza della biodiversità: abbiamo a disposizione due o al massimo tre decenni.

 

giovanni sgobba

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Credits: Agostini Lab Srl