L’olio di palma è ovunque

27 Febbraio 2019
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sostenibilità

Chi vorrebbe eliminare l’olio di palma dal proprio consumo non può. Proviamo a riassumere la situazione.

Da dicembre 2016 è previsto da una legge europea l’obbligo di specificare il tipo di oli vegetali nella lista degli ingredienti sulle etichette dei prodotti alimentari. Di seguito, sono apparsi sul mercato diversi marchi no olio di palma su numerosi prodotti che prima lo contenevano, altri no. Per i prodotti come biscotti, brioche, piatti surgelati, gelato, gianduia da spalmare (per non citare la marca) è ormai noto che la possibilità di trovare all’interno olio di palma è notevole. Ma non solo in questi prodotti, perché l’olio di palma si nasconde, purtroppo, ovunque.

L’arrivo massivo dell’olio di palma in Europa risale alla rivoluzione industriale. In effetti, con l’aumento della sporcizia e della fuliggine aumenta la richiesta di sapone che diventa una necessità e non più un bene di lusso. Arriva il primo sapone fatto non più con cenere o sego ma con olio di palma, il Sunlight Soap. 

La produzione industriale di palma da olio, originariamente un’attività artigianale in Africa, prenderà  piedein primis in Indonesia nel 1848 e a Sumatra nel 1911. Dopodiché, nuovi usi sono trovati: lubrificare gli ingranaggi, fabbricare nitroglicerina o, ancora, sostituire il burro. Ma sarà nel 1976, con il trattato tra la Malaysia e gli USA per l’importazione del prodotto, che l’olio di palma farà il suo grande debutto nell’industria agroalimentare, sia americana che europea e di conseguenza nei nostri piatti. La domanda è esponenziale e mondiale. La palma da olio,  fortemente produttiva e con una coltivazione che richiede poca meccanizzazione, si rivela essere molto economica. Diventa la preferita dell’agroindustria per la sua comodità (è solida a temperatura ambiente), non irrancidisce (poco) ed è molto stabile ad alte temperature (ottima per friggere).

Allora perché l’olio di palma è così tanto indesiderabile? Per cominciare perché i rischi per la salute che derivano dal consumo eccessivo degli acidi grassi saturi come l’acido palmitico che contiene l’olio di palma sono reali. Poi, perché  nuove piantagioni nei paesi del sud-est asiatico portano una deforestazione intensiva. In effetti, tra 1990 e 2005, più della metà dell’espansione delle colture di palma da olio in Malaysia e in Indonesia è avvenuta a scapito delle foreste.

Coltivazione di palma nel distretto di East Kotawaringin, Malesia, un’area geografica disboscata, in precedenza habitat di colonie di orangotanghi

Legati a essa una diminuzione della biodiversità, un aumento del rilascio di anidride carbonica nell’atmosfera e una diminuzione della fertilità dei suoli. L’Indonesia è il 3° paese per emissioni di gas a effetto serra dovuto agli incendi che devastano le foreste. Infine, perché togliendo queste foreste, spariscono gli habitat per numerose specie animali, come l’orangotango, e per le popolazioni autoctone che le popolano.

Da prendere come un gioco in famiglia è la ricerca dei prodotti contenti olio di palma presenti in casa tra i beni di consumo quotidiano. Ne troviamo ovunque casa: il 19% dell’olio di palma si nasconde nei cosmetici e prodotti di pulizia mentre l’80% si trova nei prodotti agroalimentari. In bagno saponi, dentifricio, rossetto e bagnoschiuma saranno incriminati. In cucina, dal frigorifero al congelatore, lo s’incontrerà nei cereali, piatti cucinati, salsine, pasta frolla, zuppa istantanea e anche nei cubetti per il brodo che sembrano cosi innocenti. Anche il latte infantile può contenere olio di palma. Per quanto riguarda i prodotti per la pulizia di casa, sono i detersivi in generale a essere presi di mira, ossia gli agenti tensioattivi o agenti ionici che li compongono, in generale costituiti da derivati palmitici. Non dimentichiamo le medicine, le candele e l’inchiostro vegetale che possono contenere olio di palma e derivati. Anche il biodiesel e l’aggiunta di bioetanolo nella benzina sono spesso a base di olio di palma.

Senza avvertirci, senza lasciarci scelta, l’olio di palma ha invaso le nostre vite. Il consumo dell’olio di palma è in costante aumento ed è passato da 5 milioni di tonnellate all’anno in 1970 a 55 milioni di tonnellate in 2012. Il consumatore che vuole diventare consum-attore deve armarsi di pazienza e di linee guide al momento di fare la spesa. Chi ha provato non riesce a toglierlo al 100%  esce dall’esperienza ben informato sulle sue modalità di consumo.
Da prendere in considerazione è la lista degli ingredienti e i marchi. Innanzitutto, le appellazioni olio di palma, palmisti, grasso di palma, oleina o stearina di palma sono coinvolti. Non sono interessati dalla legge (sulla specificazione degli oli vegetali utilizzati) gli emulsionanti e numeri composti che entrano nella composizione dei cosmetici e prodotti per la pulizia di casa. Sono l’antiossidante E304, gli acidificanti E335 e E570, e gli emulsionanti E431, E471 e E481. Ma sono anche altri composti tutti ottenuti in parte dal frutto della palma da olio come: acido palmitico, acido stearico, Elaeis guineensis butter, gliceril stearato… Per ricordarsi, ecco un trucco: se uno dei composti contiene LAUR, MYRIST, PALM o STEAR, l’olio di palma si nasconde nel prodotto.  L’unica eccezione è il sodium laurate (contenuto nel celebre sapone di Aleppo) proveniente dall’alloro aggiunto nel processo di saponificazione.
Per quanto riguarda i marchi: no olio di palma garantisce un prodotto esente di questo grasso vegetale. Il logo agricoltura biologica per l’olio di palma non significa che la coltivazione sia sostenibile e rispettosa dei diritti delle popolazioni autoctone. La RSPO (Roundtable on sustainable palm oil) emette due tipi di certificazione: RSPO Mass Balance dove una parte dell’olio è di origine da coltura sostenibile e RSPO Segregated dove l’olio è al 100% di origine da coltura sostenibile con la tracciabilità assicurata dall’inizio alla fine della catena d’approvvigionamento. Un altro logo che si può ritrovare sui beni di consumo è Green Palm Sustainability. L’industria che aderisce a questo programma versa una quota che sostiene la lotta contro la deforestazione in cambio delle certificazioni ma non fa nessuno sforzo rispetto al cambiamento delle sue pratiche. Puro greenwashing.

Non è impossibile invertire la rotta e ultimamente alcuni giganti dell’industria, sotto la pressione dei consum-attori e delle ONG, dimostrano impegni verso una migliore tracciabilità dell’olio di palma non originaria da deforestazione. Boicottare l’olio di palma diventa l’unica soluzione a disposizione del consumatore per esercitare pressioni sulle compagnie dell’agro food in modo che facciano evolvere le loro pratiche nonostante il fatto che non sia la soluzione ideale: numerosi piccoli produttori ne dipendono per vivere ed è importante per l’economia di questi paesi. Ma il modello agricolo potrebbe diventare più rispettoso, con la preservazione delle risorse naturali, se la palma da olio fosse coltivata su terreni agricoli abbandonati con limitazioni all’uso dei pesticidi.

lauriane borget

 

Emmanuelle Grundmann, Devenir Consom’acteur L’huile de palme Je passe à l’acte, Actes sud, 2018

Kimberly M. Carlson et al., Commited carbone missions, deforestation and community land conversion from oil palm plantation expansion in west Kalimantan Indonesi, Proceedings of the Natural Academy of Sciences, vol. 109, 2012

Hereward Corley e Bernard Tinker, The Oil Palm, Blackwell Sciences Ltd, Oxford, 2003

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