L’influenza della Monsanto sulla ricerca scientifica

6 Agosto 2017
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sostenibilità

Oltre 700 pagine di documenti interni pubblicati da uno studio legale americano svelano le strategie della Monsanto per ostacolare gli studi che accusano il glifosato di essere cancerogeno.

Dopo la pubblicazione su le Monde dei cosiddetti Monsanto Papers, sono stati divulgati nuovi documenti sui tentativi della multinazionale dell’agroindustria di nascondere e screditare gli studi sulla tossicità del Roundup®, il suo principale erbicida a base di glifosato. Martedì primo agosto lo studio legale Baum, Hedlund, Aristei & Goldman, che ha citato in giudizio la Monsanto per conto di alcuni suoi clienti che sostengono di essersi ammalati di linfoma non-Hodgkin – un tipo di cancro del sangue – a causa del Roundup, ha reso noti una serie di documenti interni all’azienda statunitense che dimostrano le pressioni esercitate su Wallace Hayes, direttore editoriale del Food and Chemical Toxicology Journal, per ritirare uno studio del biologo molecolare francese Gilles-Eric Seralini sugli effetti cancerogeni della prolungata esposizione al Roundup.

Questi documenti, per un totale di oltre 700 pagine, sono parte di una causa in corso presso Corte Federale di San Francisco, un processo che aggrega presso quella corte oltre 100 cause simili in corso in altre corti statali. Buona parte di questi documenti mettono in luce le strategie messe in campo dal gigante statunitense per influenzare le informazioni sulla pericolosità del Roundup evidenziata dalla ricerca di Seralini.

Il lavoro del microbiologo francese era stato pubblicato nel settembre del 2012 sul Food and Chemical Toxicology Journal: le sue analisi su un campione di 200 cavie avevano messo in relazione l’alimentazione a base NK603, un tipo di Mais OGM resistente al glifosato, con l’insorgere di gravi patologie tumorali e renali ad un tasso superiore dalle 2 alle 5 volte superiori rispetto al gruppo di controllo nutrito con l’mais non OGM. Nel novembre del 2013 lo studio era stato ritirato dal direttore Wallace Hayes con la motivazione che i risultati, pur non essendo inesatti, erano insufficienti per gli standard scientifici del giornale. Nel 2014 la ricerca era stata ripubblicata dalla rivista Environmental Sciences Europe, ma sua la reputazione era ormai compromessa. Da quello che si apprende dai documenti pubblicati martedì dietro il ritiro della pubblicazione ci sarebbe l’influenza della Monsanto.

Secondo Brent Wisner, avvocato dello studio statunitense che ha diffuso i documenti: “Si tratta di un’occhiata dietro le quinte, questo dimostra come la Monsanto stoppava deliberatamente gli studi potenzialmente negativi per i suoi interessi, produceva articoli scientifici pilotati ed era coinvolta in una serie di illeciti corporativi. La Monsanto diceva che questi prodotti erano sicuri perché lo dicevano le autorità di controllo, ma emerge che era d’accordo con le autorità statunitensi e ingannava quelle europee”.

Uno dei primi documenti che riguarda il caso Seralini risale al settembre 2012, pochi giorni dopo la pubblicazione dell’articolo. Si tratta di uno scambio di mail tra i dipendenti in cui si parla esplicitamente di organizzare una vera e propria campagna per convincere alcuni studiosi a inviare lettere ufficiali all’editore del Food and Chemical Toxicology Journal per convincerlo a ritrattare l’articolo di Seralini. La strategia che emerge – da una mail spedita da Eric Sachs – è “Non mettere la Monsanto nella posizione di fornire le analisi critiche per portare l’editore a ritirare l’articolo”. In un’altra mail Sachs afferma di aver parlato con Bruce Chassy, del dipartimento di Scienze dell’Alimentazione e della Nutrizione dell’Università dell’Illinois, il quale conferma di aver spedito una lettera a Hayes e di aver chiesto ad altri scienziati di fare lo stesso, comprendendo l’urgenza. Lo scambio di mail mostra gli sforzi della multinazionale per ottenere la revoca dell’articolo senza apparire direttamente coinvolta.

La conferma degli stretti contatti tra la Monsanto e Wallace Hayes per il ritiro dello studio viene dalla dichiarazione sul piano degli obiettivi economici per il 2013 del dottor David Saltmiras che nella sezione dedicata ai suoi commenti scrive: ”Nel corso degli ultimi mesi del 2012 dopo la pubblicazione del rapporto Seralini ho fatto leva sulla mio rapporto con il direttore editoriale e questo è l’unico punto di contatto tra la Monsanto e il Journal”. Più avanti nel rapporto Saltmiras afferma anche di aver fatto in modo che esperti terzi scrivessero ad Hayes criticando lo studio.

Da un altro scambio di mail emerge come il dottor Bruce Chassy, come gli era stato richiesto, ha scritto al direttore per convincerlo ad avviare il processo di revisione dello studio e ritirare la pubblicazione. Lo stringersi dei rapporti tra Monsanto e Hayes trova riscontro nella proposta di un accordo di consulenza con l’azienda per un seminario in America Latina. L’intenzione di confermare l’impegno con lo scienziato appare in un’altra mail da parte del dottor Saltmiras. La consulenza pagata ad Hayes rende evidente il suo conflitto di interesse, visto il ruolo che avrà nel far ritirare la ricerca. Altra testimonianza della stretta relazione tra azienda e il direttore della rivista è ancora uno scambio di mail nel quale il dottor Saltmiras, in seguito alla pubblicazione della ricerca di Siralini, informa altri dipendenti della Monsanto di aver ricevuto una mail confidenziale da Hayes e di avere un incontro in programma con lui per accennare al processo di revisione tra pari dello studio.

In un’intervista il dottor Hayes ha dichiarato di non essere sotto contratto con la Monsanto al momento della ritrattazione dello studio Siralini dal suo giornale e di essere stato pagato solo dopo averne lasciato la direzione. A suo avviso la multinazionale non ha avuto nessun ruolo nella decisione di ritirare l’articolo che lo studioso ha basato su contributi avuti da persone rispettabili e sulle proprie valutazioni.

A parlare esplicitamente di ritiro dello studio è Daniel Goldstein, capo della divisione scienze mediche e sociali alla Monsanto, che in una mail informa che sia Dan Jerkins, allora incaricato della Monsanto per i rapporti con le autorità di controllo, che Harvey Glick, direttore per l’Asia per le politiche normative e gli affari scientifici, avrebbero montato un caso sulla ricerca per ottenerne il ritiro. “Siamo tutti consapevoli che l’ultima decisione spetta al direttore editoriale e alla dirigenza della rivista – scrive Goldstein – e che potremmo non avere occasioni per il ritiro in ogni caso, ma ho avuto la sensazione che valesse la pena di dare forza a questa richiesta”.

Il documento forse più sorprendente sul caso Siralini è una mail tra Goldstein e Sachs, nella quale parlando della campagna per ottenere il ritiro dello studio, il secondo annuncia al primo 25 lettere di risposta alla ricerca scritte da scienziati di 14 paesi diversi e indirizzate a Heyes, e Goldstein risponde di non sentirsi a proprio agio a informare perfino gli azionisti di essere a conoscenza della campagna contro la ricerca. “Implica che abbiamo qualcosa a che fare questo – dice Goldstein – altrimenti come faremmo a saperlo? Ci è stato chiesto di limitare la corrispondenza interna su questo argomento”. La replica di Sachs è breve ma eloquente: “siamo ‘collegati’ ma non abbiamo scritto la lettera o incoraggiato qualcuno a firmarla”. Questa conversazione conferma il coinvolgimento della Monsanto nel ritiro di una ricerca rappresentante un ostacolo ai suoi interessi commerciali e che la dirigenza fosse a conoscenza di dover sostenere segretamente la campagna per il ritiro dell’articolo e di come questa fosse inappropriata.

Ma nelle carte ci sono altri elementi che svelano gli sforzi della Monsanto per difendere la propria immagine. Come le mail che John Acquavella, un accademico che ha scritto ricerche finanziate dalla multinazionale, manda a William Heydens a proposito di un meeting del 2015 sugli effetti del glifosato nel quale non comparirebbe il suo nome come autore. Heydens risponde: “Pensavo che avessimo già discusso che il nostro management aveva deciso che non avremmo potuto usare il tuo nome come autore a causa del tuo precedente impiego alla Monsanto”. Acquavella risponde che non può partecipare ad una ricerca come autore incognito e che spiegarlo agli altri relatori sarebbe difficile perché questo viene definito ghostwriting. Il vicepresidente Scott Partridge ha negato l’attività di ghostwriting e il coinvolgimento dell’azienda in attività volte a influenzare la ricerca scientifica, aggiungendo che la Monsanto si è limitata a mettere a disposizione i dati e all’assistenza su questioni tecniche, ma le conclusioni degli studi sono da attribuire pienamente ai loro autori.

Altri documenti mostrano la mancanza di test seri sulla sicurezza del Roundup e che il dibattito sulla sicurezza del glifosato e del Roundup, che contengono anche altri prodotti chimici, era vivo anche all’interno dell’azienda. In una mail del 2003 a proposito delle mobilitazioni contro il Roundup e il glifosato, alcuni collaboratori chiedono alla dottoressa Donna Farmer, manager dei programmi tossicologici alla Monsanto, suggerimenti su come affrontare la situazione. La dottoressa risponde: “I termini glifosato e Roundup non sono intercambiabili, né potete più usare il termine Roundup per tutti gli erbicidi a base di glifosato. Per esempio non potete affermare che il Roundup non sia cancerogeno… non abbiamo fatto i necessari test sulla formulazione per fare questa affermazione. I test sulle formulazioni non sono si avvicinano affatto al livello dell’ingrediente attivo. Possiamo fare quell’affermazione sul glifosato e possiamo dedurre che non c’è nessuna ragione per credere che il Roundup causerebbe il cancro”.

La decisione dello studio legale di pubblicare questi documenti è stata fortemente criticata dal vicepresidente della Monsanto Scott Partridge che ha affermato: “E’ in vigore un’ordinanza di riservatezza che loro hanno violato. Quello che state vedendo sono cose appositamente selezionate per metterci in cattiva luce. Ma la sostanza e la scienza non sono influenzate da queste cose”.

Baum Hedlund, uno dei legali dello studio, afferma di aver impugnato la secretazione di questi documenti alla fine di giugno dando all’azienda la possibilità di obiettare alla loro pubblicazione entro 30 giorni, termine che scadeva il 31 luglio. “Gli avvocati della Monsanto – afferma R. Brent Wisner, un altro partner dello studio legale – hanno sbagliato a non presentare istanza per continuare a tenere segreti questi documenti, ritenendo non fosse necessario. Adesso il mondo può leggere questi documenti che altrimenti sarebbero restati segreti”.

vincenzo menichella

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Credits: Agostini Lab Srl