Legge sul bio. Aiab: riconosce il valore e rende merito soprattutto agli agricoltori

18 Luglio 2019
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BIOLOGICO

“Il marchio del bio italiano non è lo strumento che limiterà le importazioni”. 

Se l’attuale sistema di controllo e certificazione italiano “è una garanzia che fa scuola in Europa”, il punto critico riguarda le transazioni. Aiab ha partecipato all’ audizione in commissione Agricoltura al Senato per il Ddl 998, la Legge sul biologico. Come è andata? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Romano, componente dell’ufficio di presidenza di Aiab e membro della delegazione che ha incontrato i Senatori.

“È sempre una cosa positiva quando chi deve fare le norme si confronta con i i rappresentanti del settore, noi avevamo partecipato anche alle audizioni che si erano svolte alla Camera e l’incontro di martedì ci ha dato molti feedback positivi ed è stato chiarificatore anche per i Senatori in particolare per quanto riguarda il tema del biodinamico e del piano sementiero”.

Quali sono state le richieste di Aiab?  “Una delle principali richieste che abbiamo fatto riguarda la gestione delle risorse che sono state messe in questa legge: sono le stesse già assegnate per il biologico, sulle quali si vanno ad aggiungere tutta una serie di iniziative come, ad esempio, il finanziamento della ricerca attraverso il CNR. Diciamo che la coperta è corta, mentre in un momento di crescita esponenziale del bio noi avremmo bisogno di investimenti in ricerca e innovazione in agricoltura biologica. Un’altra richiesta che abbiamo fatto in modo fermo è stata quella di non modificare l’articolo 18 che riguarda il piano sementiero, che è una delle parti del provvedimento in cui abbiamo collaborato in prima stesura, ed è diventata una priorità assoluta per il settore, perché avere del materiale propagativo idoneo per il biologico e in quantità sufficienti per questo tipo di coltivazioni è di vitale importanza. Attualmente abbiamo la moltiplicazione di varietà nate per l’agricoltura convenzionale che vengono usate in deroga sul biologico. Il limite di questo approccio è avere sementi non ottimizzate per il metodo biologico che non agisce ad input sulla pianta, ma opera sul terreno, migliorando la fertilità del suolo e la presenza di sostanza organica e con una serie di accorgimenti tecnico-agronomici, che poi influisce sulla pianta. Quindi il biologico avrebbe bisogno di una selezione di materiale propagativo proprio, attraverso un piano sementiero, e della successiva moltiplicazione delle sementi. Questo aspetto della legge metterebbe l’Italia all’avanguardia in Europa, tant’è che nel regolamento 848 è già previsto l’utilizzo di popolazioni evolutive. Un’ultima nota riguarda l’abrogazione dell’articolo che prevedeva il divieto assoluto di OGM, una cosa già normata in maniera chiara, ma sarebbe stato giusto inserire un articolo specifico nella legge come dichiarazione politica“.

Una delle principali novità della legge sarà l’introduzione del marchio per il biologico italiano, pensa che sia un passo nella giusta direzione per contrastare il fenomeno delle importazioni? “Non è sicuramente lo strumento per limitare le importazioni. Al momento è superfluo. Anche perché dal punto di vista della normativa sull’etichettatura del bio siamo già avanti, quindi se un prodotto è 100% italiano si può già evidenziare. Potrebbe essere anche difficile da gestire, perché finché parliamo di prodotti monoingrediente come l’olio non c’è problema, ma se già andiamo a considerare una marmellata che contiene zucchero di canna mentre il resto degli ingredienti è italiano potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Il tema delle importazioni, invece, va affrontato investendo in ricerca e sviluppo del sul territorio, perché a fronte di un consumo che cresce, se la produzione italiana rimane quella è evidente che la forbice sarà sbilanciata verso le importazioni. Un altro strumento sarebbe riconquistare e mettere in produzione le aree incolte che sono da recuperare dal punto di vista agronomico, produttivo, paesaggistico e di controllo del rischio idrogeologico, e per farlo c’è bisogno di ricerca, innovazione e con l’uso di sementi selezionate per quelle zone”.

Quali sono i punti di forza e i limiti per il comparto biologico? “Tra i punti di forza sicuramente il fatto che è una legge che riconosce il valore dell’agricoltura biologica e ne rende merito soprattutto ai produttori agricoli. L’agricoltura biologica già da tempo è riconosciuta come modello di agricoltura sostenibile perché in grado di mitigare il cambiamento climatico, assorbire Co2 e migliorare la qualità del suolo, tant’è che le scelte comunitarie vanno già in questa direzione, legiferare nel merito significa prenderne atto e riconoscerlo ufficialmente. Altro punto di forza, sicuramente il piano sementiero. Tra i limiti sicuramente il fatto che è frutto di numerose mediazioni che hanno un po’ ammorbidito alcuni passaggi rispetto alla prima stesura, ma resta un buon documento che è importante approvare. Forse l’unico appunto è la mancanza di un articolo sul divieto di utilizzo di OGM che sarebbe servito come dichiarazione di intenti”.

Cosa si dovrebbe fare per migliorare l’agricoltura biologica italiana? “Fermo restando la necessità di investire, l’attuale sistema di controllo e certificazione italiano è una garanzia che fa scuola in Europa. Un po’ di criticità emergono sulle transazioni. Nel decreto legislativo 20 del 2018, il ministero ha stabilito la necessità della realizzazione una banca dati delle transazioni dove i produttori possono dichiarare quanto hanno prodotto e quanto hanno venduto. Questo strumento potrebbe davvero permettere grandi passi avanti per il biologico italiano, perché riuscirebbe a garantire la tracciabilità dei flussi, ma non è stato ancora messo in piedi. Gli organismi di controllo hanno una loro piattaforma di transazione, la rete OIP, che è stata messa gratuitamente a disposizione del ministero perché, a nostro avviso, la banca dati delle transazioni deve essere gratuita e pubblica e non comportare ulteriori costi, che andrebbero a gravare sugli anelli più deboli della filiera e quindi sugli agricoltori. Al momento però il ministero non ha ancora fatto capire come intende muoversi a riguardo”.

Vincenzo Menichella

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Credits: Agostini Lab Srl