La cosmesi bio, oggi

16 Giugno 2017
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BIOLOGICO

Agli inizi del mese di maggio, Natrue ha annunciato di aver raggiunto il traguardo di oltre 5.000 prodotti cosmetici suddivisi in 230 brand di 30 diverse nazioni, che hanno adottato il proprio marchio di certificazione: un dato che testimonia la costante necessità e il sempre più ricercato bisogno di dare garanzie ai consumatori. Natrue è il più importante standard a livello di internazionale che promuove e protegge l’autenticità della cosmesi bio e green: è una certificazione creata dalla International natural and organic cosmetics association, un’organizzazione non-profit fondata nel 2007 e con sede a Bruxelles, impegnata nella promozione e nella regolamentazione della cosmesi naturale e biologica.

Natrue, che proprio quest’anno festeggia il decimo anniversario, è solo uno dei diversi volontari e privati che, su aera europea, rilasciano certificazioni ufficiali e autorevoli nel campo della cosmesi. Ma perché esistono tante realtà differenti?

La risposta è nell’assenza di una normativa mondiale, e di riflesso europea, armonizzata per i cosmetici naturali e biologici. Sul sito della Commissione europea è possibile consultare un documento dell’ottobre 2015 nel quale si prova a fare il punto sulla situazione attuale affermando l’inesistenza di una regolamentazione univoca che allo stato attuale può portare confusione e ambiguità soprattutto nel consumatore che si affaccia per la prima volta davanti a uno scaffale di detergenti, profumi e creme bio. Questo significa che, al momento, il settore della cosmesi biologica è ancora ufficialmente indefinito e che tutti i prodotti sul mercato europeo sono obbligati a rispettare solo il più ampio e generico regolamento Ce sui cosmetici.

Una contraddizione se pensiamo che il mercato è in costante sviluppo tanto da presentare un’offerta davvero ampia e diversificata dai prodotti per la cura del corpo a intere linee più delicate per bambini o animali, passando per detersivi per piatti o bucato. Ecco perché, per limare le lacune normative, a partire dagli anni ’90, hanno preso piede marchi di certificazione volontari e privati come Natrue o Cosmos – sigla che sta per Cosmetics Organic Standard – che sono quelli più diffusi e riconosciuti a livello internazionale ed europeo. Nel panorama europeo, poi, ogni paese dispone dei propri organismi di certificazione e in Italia, Biobank, la banca dati del bio, ne riconosce sette: Bioagricert, Bios, Ccpb (Consorzio per il Controllo dei Prodotti Biologici), Ecogruppo, Icea (Istituto per la Certificazione Ambientale), QCertificazioni e Suolo e Salute. Non mancano inoltre le certificazioni, come Lav, che garantiscono prodotti non testati su animali.  Aiab (Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica).

La scelta delle aziende di mostrare un certificazione sulla propria etichetta è dettata dalla trasparenza nei confronti del proprio pubblico e dall’attestare la qualità delle materie prime, dei metodi di fabbricazione e di distribuzione.  Ma non solo: nelle falle del sistema, tra un vuoto normativo e poca chiarezza, infatti, si stanno inserendo speculatori che, seguendo un trend di tendenza e sempre più ricercato, hanno creato una gamma di cosmetici che, pur non rispettando i requisiti, si appoggiano proprio su questo sistema di etichettatura poco chiaro per sfruttare l’attrazione del biologico.

Soil association, la principale organizzazione di certificazione del Regno Unito, ha realizzato un’inchiesta al termine del quale ha lanciato la petizione “Come Clean About Beauty” per chiedere trasparenza alle aziende tutelando i consumatori. Nella ricerca realizzata analizzando otto brand diffusi sul territorio inglese, ben tredici prodotti avevano sigle fuorvianti che suggerivano una linea bio, non certificata e dimostrata. Successivamente Soil mostrato i dati a 1.000 consumatori e la maggior parte di loro (76%) ha detto di  sentirsi ingannata dichiarando di aver perso la fiducia nel marchio.

Fare attenzione agli ingredienti è, dunque, il primo metodo di difesa da parte del consumatore e una buona consuetudine è quella di leggere l’elenco degli ingredienti sull’etichetta. Per questo dal 1997, in tutti gli stati membri dell’Unione europei e in molti altri paesi nel mondo, è obbligatorio immettere sul mercato cosmetici usando la denominazione Inci (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients). Ni prodotti bio non devono essere presenti derivati del petrolio, conservanti, parabeni e coloranti sintetici.

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Credits: Agostini Lab Srl