La carne o i cereali

13 Febbraio 2019
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sostenibilità

Il problema non è la carne, ma l’alimentazione degli animali.

La carne fa male, ormai questo lo sostengono in tanti. Sono anche in tanti a pensare che la popolazione del nostro pianeta, in un prossimo futuro sarà troppo numerosa per poter essere sfamata adeguatamente. La strada da seguire, per garantire un livello di alimentazione sufficiente (per tutti), è un tema anche al centro delle polemiche contro il bio, uno degli argomenti preferiti dai detrattori dell’agricoltura sostenibile, che sostengono che bio non produca rese sufficienti.

Eat Lancet. Il comitato scientifico/start up inglese che riunisce accademici e ricercatori, sta riflettendo su ipotesi di scenario sostenibile per trasformare il sistema alimentare globale, aggiornando i criteri di una ‘dieta sana’ e definendo quali azioni possono agevolarne un processo di trasformazione.

Studi e ricerche sviluppate in questo ultimo decennio hanno dato giustamente grande enfasi ai drammatici effetti di una certa traiettoria di sviluppo, che ha trascurato colpevolmente  l’impatto ambientale per troppo tempo. Scenari che però hanno prodotto grande confusione, tra le persone, su quale cibo  si dovrebbe mangiare per essere sani e rispettare l’ambiente.

I timori connessi alla sovrappopolazione e all’elevato consumo di carne, sia nei Paesi cosiddetti ‘sviluppati’, sia in quelli in cui il raggiungimento di uno status ‘globale’ di soddisfazione economica ha stravolto i canoni della dieta tradizionale a favore di un consumo maggiore di carne. Generalmente l’avvertimento è rivolto a ridurre i consumi di carne rossa e non, invece, quelli di pollame o di altre carni e non viene fatta alcuna distinzione tra i metodi in cui viene prodotta.

Uno dei motivi principali, in termini di impatto ambientale, è il metano emesso dai bovini durante il processo di digestione: i ruminanti producono una quota pesante di gas serra, i polli no. Inoltre, i bovini convertono il grano in proteine ​​in modo meno efficiente rispetto al pollame o ai maiali.

L’impatto della carne sull’ambiente.

Ma se le proiezioni indicano che la necessità di produrre 1 miliardo di tonnellate di grano, dal 2050, in più ogni anno per alimentare gli animali, macellare la carne e nutrire la popolazione globale, il problema non si risolve solo con un’addizione. Uno scenario così è chiaramente insostenibile, perchè è la produzione continua di cereali una delle maggiori cause di degrado e perdita di fertilità del suolo. Infatti, i terreni coltivati ​​continuano a degradarsi, impoverendosi e liberando C02 nell’atmosfera.

Quindi un dato sistematicamente trascurato dagli scienziati e dai ricercatori è proprio la relazione tra consumo di cereali e alimentazione di bovini con mangimi, come quelli che importiamo dagli Usa: mais, farina di soia e paglia tritata.

Nel dibattito stimolato da Eat Lancet, sebbene focalizzato sulla situazione britannica, il suggerimento è quello di cominciare a sfruttare i terreni agricoli, lasciati incolti perchè non adatti alla coltivazione. L’unico modo pratico per ottenere cibo da questa terra, senza causare un disastro ambientale, è pascolarlo con il bestiame. Una superficie che in può raggiungere due terzi dell’intera superficie considerata agricola. Una filiera, osservano, che potrebbe integrare anche limitate quantità di cereali, attraverso il recupero dagli scarti della produzione di birra.

La biodiversità. Un altro aspetto trascurato dall’industria alimentare e dalla politica che la sostiene, è il prezioso ruolo della biodiversità. Sono molte le specie animali che si sono sviluppate ed evolute in parallelo al bestiame da pascolo e che stanno scomparendo da quando i bovini vivono chiusi negli allevamenti intensivi. Una biodiversità che ha sempre avuto un ruolo nell’eco sistema locale che si riflette sulle condizioni di salute degli animali al pascolo.

emissioni di gas-serra in Italia (ISPRA)

Il metano. Facciamo attenzione, l’alto livello di metano nell’atmosfera è una causa significativa del riscaldamento globale, ma i ruminanti sono responsabili solo per una quota minore delle emissione antropogenica di gas serra. Come conferma Richard Young di Sft, ai ruminanti è imputabile al massimo il 5% delle emissioni antropogeniche di gas serra nel Regno Unito. Inoltre, il carbonio contenuto nel metano dei ruminanti è “carbonio riciclato”: gli animali che pascolano non possono aggiungere più carbonio all’atmosfera di quanto le piante che mangiano estraggono dalla fotosintesi. I combustibili fossili non sono solo la principale fonte di emissioni di anidride carbonica, ma sono anche responsabili di un’emissione superiore del 30% rispetto ai bovini.

Quindi quale carne è più sostenibile?  Non è un problema ‘rosso contro bianco’, ma di alimentazione. Sicuramente è preferibile carne biologica bovina, suina o pollame, meno ricca di cereali e preferibilmente proveniente da animali allevati all’aperto. Anche se risulta difficile da comprendere, solo incoraggiando questi metodi di produzione possiamo cercare di mettere in sicurezza il nostro pianeta.

 

 

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Credits: Agostini Lab Srl