Il prezzo ‘trasparente’ per un controllo ‘partecipato’

18 Febbraio 2019
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MERCATO

Il concetto di concorrenza leale è alla base di qualsiasi mercato degno di rispetto.

È importante, non tanto per assicurare la protezione dei vari competitor commerciali, ma soprattutto dei consumatori.

In un mercato equilibrato, infatti, l’aspetto trainante non sarà tanto la ricerca miope del minor prezzo, ma della migliore miscela di tanti fattori: il prezzo, l’efficienza commerciale, la qualità dei prodotti, la garanzia della ripetibilità dei parametri delle forniture e altro.

Questa miscela farà scattare, o meno, l’acquisto lungo la filiera, fino ad arrivare al cliente finale che, come auspica l’Unione Europea nel Libro Bianco della Sicurezza Alimentare prodotto nel 2000, deve avere delle informazioni corrette, per permettere una decisione consapevole rispetto all’acquisto.

Quando una sola componente non è reale, l’intera miscela decisionale viene alterata e la consapevolezza si perde in modo tangibile. Drammatico è il caso in cui è il prezzo proposto ad essere falsamente ribassato. Con effetto di risonanza, è la credibilità di tutti i prodotti analoghi che ne risente, che non solo perdono quote di mercato, ma danno anche l’impressione di esosità commerciale.

Facile capire che il prezzo è artefatto, quando siamo fermati in Autogrill da qualche personaggio che ti propone una marca conosciuta a un decimo del suo valore. Se ti avventuri nell’acquisto, accetti l’altissimo rischio di comprare un articolo di provenienza truffaldina o di portarti a casa un bel mattone, a ricordo della tua stupidità.
Molto più subdola è la proposta commerciale di un prodotto di valore non ben definito e con una percentuale di “sconto” non impossibile da credere. È una slealtà difficilmente dimostrabile.

Dieci anni, infatti, ci ha messo un’azienda che commercia ortofrutta biologica per il baby food, per comprendere come potesse fare, un suo concorrente, a proporre al mercato dei prodotti, apparentemente analoghi ai suoi, al 20% in meno.

“Come fanno?” mi chiedeva. “Io so che a loro costano quanto a me. E quindi stanno vendendo al prezzo di costo. Non è possibile”.

Dopo 10 anni, come ho detto, la risposta è stata chiara ed evidenziata dal mandato di arresto per i loro competitor.
I prodotti erano dichiarati biologici, ma non lo erano. L’azienda ci ha telefonato solo parzialmente soddisfatta: per 10 anni avevano perso delle vendite, per 10 anni il mercato ha pensato che il prezzo accettabile, su cui ingaggiare la competizione commerciale, fosse quello dei loro competitor. Tutto questo era accaduto, nonostante la presenza di un quadro legislativo nazionale ed europeo che ha cercato di limitare queste distonie del mercato.

L’Unione Europea, proprio in questo ambito è sempre stata molto attenta alla gestione corretta dei rapporti commerciale. È uscito, infatti nel 2013, il “Libro verde sulle pratiche commerciali sleali nella catena di fornitura alimentare e non alimentare tra imprese in Europa”. Mettendo sotto la lente di ingrandimento i rapporti commerciali tra una parte forte e una più debole e cercando di impedire l’imposizione di clausole vessatorie.

Anche a livello nazionale, inoltre, periodicamente escono delle leggi in tal senso. È un lungo elenco che ha come obiettivo l’imposizione e il mantenimento di regole condivise. Sono, però, leggi e principi imposti dall’alto.

Non sarebbe male, invece, che, finalmente, lo stesso mercato incominciasse a proporre un controllo partecipato rispetto agli importi delle transazioni commerciali. Come in altri settori alimentari e non, si potrebbe utilizzare le conoscenze degli addetti ai lavori, in una sorta di controllo incrociato.

Un consumatore può ignorare che un olio extravergine di oliva italiano sullo scaffale non possa costare meno di 7-8 euro al chilogrammo, gli esperti no, lo sanno bene. E possono indicare una possibile slealtà commerciale al mercato e alle autorità di controllo, che potranno verificare la potenziale truffa.

Questo farebbe aumentare le unità di controllo del mercato dei prodotti alimentari, soprattutto controlli super partes e interessati a garantire la possibilità di acquisti consapevoli. Attenzione.

Lo schema sviluppato da éQ studio.

Il prezzo comunicato agli stakeholder non deve essere quello giusto, ma quello trasparente.

Infatti, la definizione “giusto” è troppo personale e dipendente da tanti parametri soggettivi. Mentre il concetto “trasparente” è più oggettivo e utilizzabile, con i giusti accorgimenti, in modo comparativo.

L’organizzazione, poi, è molto semplice: basterebbe che si riuscisse a redigere un disciplinare, gestito da un gruppo di aziende, in cui fossero indicati i parametri da mettere a disposizione del mercato, per organizzare un sistema di controllo partecipato, dove le verifiche le farebbero i componenti del mercato stesso.

Questo garantirebbe, non la qualità assoluta dei prodotti, ma la trasparenza del loro prezzo. Che, a pensarci bene, riuscirebbe ad assicurare, indirettamente, anche le corrette informazioni rispetto alle loro caratteristiche.

Se fosse stato un sistema attivo dieci anni fa, l’azienda di cui ho parlato avrebbe avuto un concorrente sleale in meno e il mercato, una correttezza maggiore.

alberto bergamaschi

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Credits: Agostini Lab Srl