Il futuro del latte bio

29 Maggio 2019
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MERCATO

Secondo gli esperti c’è il rischio di sovrapproduzione.

Si apre un fronte molto interessante per riflettere sul futuro dei consumi, con il caso esemplare del latte biologico evidenziato da un commento di certo interessato dell’ European Milk Board, appunto sulle prospettive per il settore lattiero-caseario biologico in Europa insinuando un sospetto rivolto all’intera categoria. E’ argomento questo che stupisce: latte e yogurt bio sono i prodotti che hanno visto i migliori risultati di vendita negli ultimi anni in Italia, sono cresciuti del 32,8% rispetto l’anno scorso, lo yogurt intero biologico del 12,0% e il latte fresco biologico del 9,5%.

La nemesi del latte biologico è quello convenzionale, prodotto all’interno di allevamenti prigione industriali, che viaggia parallelo nel mercato globale del junkfood e cerca solo il prezzo più basso per ingrossare poi le spese sanitarie, ma è sorprendente come anche la diffusione del “non latte” – per Legge -vegetale, possa trasformarsi in un problema

L’analisi di Joseph Martin, dell’Organisation des producteurs de lait (OPL), parte dal boom del bio negli Usa, con un’ impennata nella domanda che ha stimolato anche la produzione di latte biologico: oggi gli Usa rappresentano il mercato più grande del mondo con 1,5 miliardi di litri  e il 16,4% della produzione mondiale.

Un mercato così attraente rapidamente si satura, la sovraproduzione ha portato ad un calo di quasi il 30% dei prezzi nell’arco di due anni. A partire dal 2017 negli Usa si è registrato un rallentamento nella trend di crescita dei consumi in questa categoria di prodotto. Una flessione che coincide con lo sdoganamento del latte vegetale, il cui consumo cresce grazie ad una maggior attenzione per i prodotti salutistici (e una momentanea diffidenza per carne e derivati animali del mercato). Il latte vegetale bio batte il latte vaccino bio sulla scala della percezione della salute e non solo tra i consumatori veg. Nel gennaio del 2018 Goldman Sachs Group Inc. partecipa nell’investimento da 65 milioni di dollari a favore di un’azienda che che produce bevande vegetali.

Improvvisamente lo spazio di mercato si stringe, eroso dallo stesso pubblico di riferimento fedele, educato ad un consumo consapevole e sostenibile. Una sorta di cannibalizzazione nello stesso segmento, se non si parlasse di prodotto vegano. Negli Usa i caseifici hanno finito per imporre un limite produttivo agli allevatori bio, mostrando un’altro volto del boom del biologico.

In Europa e, in particolare in Italia, viene citato il caso di Granarolo per comprendere questa particolare fase del mercato. L’azienda con una tradizione radicata nel lattiero caseario e un posizionamento solido all’interno della distribuzione organizzata anche per il latte bio italiano, ha investito nel segmento vegetale, acquisendo anche un marchio del mercato bio e veg.  Un po’ come aveva fatto, sempre nella provincia bolognese, la mortadella Felsineo con gli affettati vegetali.

L’esempio di Granarolo come quello di altri marchi europei (Hochland, Bauer, Agrial …), viene stigmatizzato dal Milk Board perché “rappresenta una minaccia per i produttori” motivo per cui si accusano queste aziende di aver sottovaluto il problema. In realtà chi ha la forza economica per permettersi di diversificare a questi livelli, può godere dei vantaggi che questa fase di mercato consente. Senza dover per forza scegliere a quale mercato appartenere. Ma è ineludibile che il problema coinvolge anche produttori bio di altra scala, spaventati dalle prospettive.

Il mercato vegano, svilupattosi commercialmente in questi ultimi anni, ha visto l’ingresso di aziende con tradizioni alimentari legate alla carne che si sono concentrate nella produzione di alimenti prodotti con proteine vegetali. Lo sviluppo trainato dall’interesse per i nuovi modelli di consumo sostenibile, prevalentemente bio, ha creato ottime opportunità da non lasciarsi sfuggire.

Sebbene il prodotto vegetale possa essere percepito con le stesse caratteristiche di un prodotto biologico, c’è un rischio per il mercato sostenibile. Negli Usa ci si è accorti che il mercato vegano potrebbe avere uno sviluppo diverso, molto meno virtuoso. 

Il vento di democratizzazione del cibo sano ha fatto breccia ma non ha favorito i produttori, i contadini, gli allevatori. Il mantra della gdo, inevitabilmente mira a favorire la diffusione di prodotti bio seguendo il modello della distribuzione organizzata.

Il mese scorso negli Usa, durante il Natural Products Expo West, senza particolari scrupoli era presente lo stand di Impossible burger, azienda emergente emblema della rivoluzione fast food veg ma che utilizza materie prime ogm.

 

 

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Credits: Agostini Lab Srl