Il divieto di ogm nella Legge sul bio italiano: perchè reintrodurlo

27 Febbraio 2019
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BIOLOGICO

Sono passati due mesi da quando la Camera dei Deputati ha approvato il testo del disegno di legge “Disposizioni per la tutela, lo sviluppo e la competitività della produzione agricola, agroalimentare e dell’acquacoltura con metodo biologico’.

L’approvazione con larghissima maggioranza alla Camera della proposta di legge sul biologico, avvenuta l’11 dicembre 2018, uno dei pochi momenti bi-partisan di questa convulsa XVIII legislatura, è stata salutata dal governo, dai partiti di maggioranza e di opposizione, dalle associazioni ambientaliste e legate ai temi del cibo, dalle rappresentanze del biologico come un risultato da sbandierare all’arrivo, seppur parziale, di un tortuoso percorso di regolamentazione del biologico nazionale che aveva attraversato, ad intermittenza, diverse legislature e governi.

I lavori su un testo unificato del biologico italiano erano iniziati quattro legislature fa, durante il governo Prodi e avevano prodotto un “testo base”, sul quale, dopo due legislature e tre governi, si era tornati a lavorare, durante il governo Renzi.

L’11 dicembre 2018, passato oltre un decennio dalla sua prima elaborazione, la Camera della Repubblica Italiana ha approvato il testo di quella che è quindi la prima legge “organica” sulla tutela, lo sviluppo e la competitività del biologico italiano.

Un momento importante e a lungo atteso: di qui la soddisfazione.

Il disegno di legge in questione del resto è un buon testo che, pur non affrontando la complessa e controversa questione dei controlli, parla di un tavolo tecnico, di un marchio del biologico italiano, di un piano d’azione nazionale, di sementi biologiche, di aggregazione dell’offerta, di distretti biologici, e di tante altre questioni importanti per lo sviluppo del cibo e dell’agricoltura biologica in Italia, sviluppo definito come “interesse nazionale”.

A dire il vero, ad una lettura più approfondita, il testo qualche perplessità suscita. L’istituzione di un Fondo per lo sviluppo della produzione biologica finanziato con il 2% delle vendite dei prodotti fitosanitari nocivi e dei fertilizzanti di sintesi è molto interessante ma non si capisce il perché “ai partecipanti al Tavolo tecnico non spettano compensi, indennità, gettoni di presenza, rimborsi di spese o altri emolumenti comunque denominati”. Si legge, del resto, che al funzionamento del Tavolo tecnico, al quale spetta di delineare e indirizzare il Piano d’Azione con particolare attenzione alla ricerca nell’ambito della produzione biologica, provvede il Ministero senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Si istituisce il Tavolo Tecnico, gli si attribuiscono compiti di fondamentale importanza ma non si finanziano nemmeno le spese vive supportate dai membri del Tavolo Tecnico per parteciparvi. Che senso ha? E l’interesse nazionale? È un’attività volontaria?

Il problema sul quale intendo però qui portare l’attenzione è un altro e non si vede leggendo il testo approvato. Non si vede perché è un problema che non c’è più, in quanto è stato soppresso l’articolo che lo enunciava. Mi riferisco alla questione del divieto di uso di OGM nel biologico.

Effettivamente la sera dell’11 dicembre scorso, senza alcuna discussione, non solo in quel momento alla Camera, anche prima in Commissione Agricoltura da quanto mi risulta, è stato soppresso dal capitolo sulla tutela della produzione biologica e dei consumatori, l’art. 18 intitolato “Divieto di utilizzo di organismi geneticamente manipolati”.

La proposta emendativa di soppressione del divieto di OGM,  a firma dell’On. Golinelli (un giovane allevatore suinicolo convenzionale eletto nelle liste della Lega Nord) e di altri deputati leghisti, è apparsa all’improvviso e altrettanto all’improvviso, senza discussione, è stata approvata con oltre il 75% dei voti favorevoli, sopprimendo nel silenzio di (quasi) tutti uno dei principi di base del metodo biologico nonché bandiera del movimento biologico, al pari del divieto di uso di fertilizzanti e pesticidi di sintesi.

Nel clima di entusiasmo e soddisfazione generale che è seguito all’approvazione del disegno di legge, è stata Alba Pietromarchi, ricercatrice del FIRAB, la Fondazione Italiana per la Ricerca in Agricoltura Biologica  e Biodinamica, la prima persona a fare notare -con un twit- la scomparsa dell’art.18 sul divieto di OGM. Ne seguì un ristretto dibattito in cui funzionari ministeriali specializzati nel biologico fecero correttamente notare che il divieto di OGM rimaneva nell’art. 11 del Regolamento Europeo, che comunque comanda.

Non ci sarebbe stata certo l’invasione di prodotti OGM nel biologico italiano. Per i prodotti biologici a marchio italiano sarebbero valse le regole comunitarie in atto che prevedono che un prodotto può essere commercializzato come biologico se contiene meno dello 0.9 % di prodotto OGM, la stessa soglia ammissibile nel convenzionale per essere venduto come tale, senza essere etichettato e tracciato come contenente OGM.

La questione della stessa soglia di contaminazione tra biologico e convenzionale, in effetti, aveva già suscitato diverse critiche al momento della recente approvazione del nuovo regolamento UE sul biologico (Reg. UE 2018/848), in quanto il Parlamento Europeo, sulla base di una consultazione pubblica a livello comunitario, si era espresso per una soglia di contaminazione di OGM nel biologico dello 0,1%. Alla fine era però prevalsa la posizione della Commissione e venne regolata lo 0,9 %, come soglia di contaminazione anche per il biologico.

È difficile sbrogliare la matassa se non si trova il capo e si segue lo sviluppo degli avvenimenti.

Per prima cosa è da ricordare che il riavvio della proposta di legge nel 2013, simultaneamente alla proposta di un nuovo regolamento europeo, fu in certi sensi la reazione politica, nazionale ed europea, ad un momento di grande difficoltà del biologico europeo, scosso alle fondamenta da una serie di frodi di dimensioni “storiche” che avevano avuto proprio in Italia il suo epicentro.

Il Gatto con gli stivali, divenuto famoso sui testi internazionali di frodi alimentari come “Puss in Boots”, “Green War”, “Bio Bluff”, “Vertical Bio” sono i nomi di una prima serie di operazioni congiunte che, tra il 2011 e il 2013, smascherarono un complesso intreccio di frodi nelle quali migliaia di tonnellate di prodotti contaminati con pesticidi e OGM furono venduti come biologici. Le filiere mangimistiche e quelle industriali furono quelle maggiormente colpite. In Italia, pochi operatori nel settore zootecnico e in quello degli alimenti processati non ne furono colpiti.

Basta solo questo a farci capire che l’art.18 che ribadisce il divieto di OGM nel sistema agro-alimentare biologico italiano è un punto importante in una legge che intende essere veramente “organica”, sia pure con un orizzonte nazionale. 

Il divieto di commercializzazione del prodotto biologico contaminato con OGM presente nell’articolo soppresso, divieto al quale alcuni rappresentanti del biologico fanno riferimento per giustificare la soppressione dell’articolo in questione in quanto punto in contraddizione con il regolamento europeo che rimanda allo 0,9%, come soglia di contaminazione, potrebbe essere del resto applicato al solo prodotto biologico che intende fregiarsi del “marchio del biologico italiano”, aumentando di fatto la tutela e la competitività del nostro prodotto biologico, obiettivi dichiarati della legge.

A parte questi aspetti di carattere tecnico, un po’ noiosi, ma che riguardano la storia delle frodi del biologico e lo sviluppo normativo a tutela dei produttori e dei consumatori, c’è un’altra ragione per la quale credo che la soppressione del divieto di uso di OGM nel disegno di legge sul biologico italiano sia per lo meno un grave errore.

Mi riferisco allo sviluppo e alle ambizioni commerciali delle New Breeding techniques, conosciute con l’acronimo Nbt, che raggruppano nuovi metodi (ma sarebbe più corretto parlare di nuovi termini) come “cisgenesi” e “genome editing”, e nuove tecnologie dai nomi altrettanto misteriosi come CRISPR-Cas9 e Zinc Finger volte al miglioramento varietale delle piante (e degli animali) di interesse agrario.

L’industria della vita, la “bioeconomy”,  che si sta delineando dalle mega fusioni tra i colossi dell’agrochimica, del farmaceutico e del chimico intorno ai brevetti sui geni -che in realtà è una bio(tech)economy- da anni ormai sta investendo grandi risorse in azioni di comunicazione e di lobbying per introdursi senza vincoli di etichettatura e tracciabilità  in Europa, dove trova nell’atteggiamento estremamente diffidente dei consumatori europei verso le applicazione degli OGM all’agricoltura e della zootecnia il suo ostacolo più formidabile.

L’Italia di Expo, nonostante le dichiarazioni contro i prodotti “transgenici”, ha deciso di investire e centralizzare la ricerca in agricoltura, attraverso l’istituzione del “CREA”, proprio su queste Nbt, denominate “nuove biotecnologie sostenibili”.

Contemporaneamente alla chiusura di centri di ricerca storici e di rilevanza straordinaria come l’Unità di ricerca per la climatologia e la meteorologia applicate all’agricoltura, che fu diretta da Girolamo Azzi, pioniere dell’agroecologia, contemporaneamente al totale disinteresse  per le sorti della ex Stazione Agraria Sperimentale di Modena, che fu diretta da Alfonso Draghetti, pioniere dell’agricoltura biologica;  nel corso del governo Renzi, l’Italia ha investito 21 milioni nella ricerca sul miglioramento genetico delle varietà più importanti per il paese (dalla vite all’olivo, dal pesco al pero)  con queste Nbt, nella speranza che  le creature di queste nuove tecniche non fossero equiparate ad  OGM. Ad alti livelli di governo ci fu chi si convinse che queste Nbt sarebbero state ideali anche per il biologico. Cosa c’è di più “sostenibile” che spostare per esempio il gene di resistenza di una varietà antica di mela ad una varietà commerciale come la Golden evitando in tal modo l’uso di pesticidi?  Basta non accennare al fatto che come vettore occorrerà utilizzare molto probabilmente il solito Agrobacterium tumefaciens (batterio tumorale capace di infettare le piante attraverso la trasmissione di un segmento di DNA e che quindi lascia parti del suo genoma nella cellula della pianta), che come marcatori si dovranno usare i soliti geni di resistenza antibiotica, ecc… e il gioco è fatto.

Con sorpresa e disappunto di molti, però, a luglio del 2018 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, a seguito di una vertenza sollevata dalla Confédération paysanne (sindacato agricolo transalpino guidato dal carismatico José Bové) e da altre otto associazioni, si è espressa con una storica sentenza equiparando, correttamente dal punto di vista tecnologico e scientifico,  le creature ottenute da queste Nbt agli OGM, bloccando di fatto le ambizioni commerciali dell’industria agro-chimica-farmaceutica e i piani di ricerca italiani.

In questo contesto di grande confusione relativamente agli indirizzi della ricerca in agricoltura è evidente l’importanza di ribadire e rinnovare il divieto di OGM nel progetto di una legge organica sulla tutela, lo sviluppo e la competitività del biologico italiano.

In effetti, cercando nella banca dati degli emendamenti del sito della Camera, si scopre l’esistenza di una proposta emendativa datata 29 novembre 2018, due settimane prima l’approvazione del disegno di legge, firmata dall’On. Silvia Benedetti portavoce del M5S, in cui si propone di sostituire il comma 1 dell’art.18 come segue:

Questa proposta emendativa non è poi stata presentata per la votazione alla Camera. Al suo posto è apparsa quella di soppressione totale dell’articolo sul divieto di OGM, di cui del resto non c’è traccia nella banca datati degli emendamenti di cui sopra.

Alla ripresa dell’attività politica a gennaio, sono poi partiti una serie di violenti attacchi al disegno di legge sul biologico da parte dei sostenitori dei metodi dell’agricoltura industriale e, nello specifico, degli OGM vecchi e nuovi.

Anticipati dalle polemiche sull’organizzazione del convegno dello scorso novembre sull’agricoltura biodinamica al Politecnico di Milano, dall’estenuante dibattito tra la Sen. Elena Cattaneo e il giornalista Michele Serra sul contenuto scientifico, ecologico e sociale del biologico tutto, a metà gennaio 312 “esperti” tra docenti universitari, ricercatori, operatori ed agricoltori, capeggiati da Luigi Mariani, docente presso la Facoltà di Agraria dell’Università di Milano, hanno sottoscritto un documento in cui si chiede ai Senatori di rivedere completamente, e nella sostanza bloccare, il disegno di legge sul biologico, sul quale deve ancora iniziare l’esame al Senato.

Le reazioni del mondo vicino al biologico sono state diverse, tra le quali è da segnalare il documento del gruppo di docenti di agroecologia capeggiati da Manuela Giovannetti, Paolo Barbieri, Stefano Bocchi e Gaio Cesare Pacini, documento che al momento è stato sottoscritto da oltre 400 firmatari.

Una situazione quindi di grande confusione e conflittualità, nella quale è comunque mancata una presa di posizione unitaria da parte del mondo del biologico, le cui varie rappresentanze appaiono purtroppo divise.

Nella polemica in atto sul disegno di legge del biologico, che ha avuto come oggetto ogni suo singolo articolo, manca solo una discussione approfondita sul divieto di OGM, in quanto tale questione è di fatto scomparsa con la soppressione dell’art.18.

Situazione per certi versi paradossale se si considera che i violenti attacchi al biologico provengono proprio da chi sostiene l’uso degli OGM come soluzione ai problemi economici ed ecologici dell’agricoltura industriale.

Tutela dei produttori e dei consumatori, indirizzi di ricerca, contrapposizione economica e scientifica: sono questi gli ambiti in cui risulta evidente l’importanza della reintroduzione del divieto di OGM, opportunamente rinnovato, nel disegno di legge sul biologico italiano.

Il 16 dicembre scorso, a seguito della debole reazione degli organismi di rappresentanza del biologico e delle associazioni ambientaliste e legate ai temi del cibo e dell’agricoltura (solo AIAB dopo un primo momento di perplessità si è espressa sulla questione definendo gravissima la soppressione dell’art.18), su consiglio di un amico giornalista, ho lanciato una petizione volta a fare pressioni al Senato per reintrodurre e rinnovare il divieto di OGM nel DDL sul biologico italiano.

La petizione è stata subito firmata da importanti figure del movimento ecologista italiano e dell’agroecologia come Giorgio Nebbia e Fabio Caporali, alle cui firme si sono aggiunte quelle di agricoltori, negozianti e consumatori biologici, non solo italiani.

Ad oggi, 21 febbraio 2019, la petizione ha superato le 1500 firme, molte se consideriamo che dietro ogni firma ci sono dei volti e delle persone di grande esperienza e valore, poche se consideriamo solo un numero che appare ancora troppo piccolo per avere un effettivo peso sulla questione.

Oltre venti anni fa il Dipartimento dell’Agricoltura americano venne travolto da oltre 300.000 lettere di protesta quando nella prima proposta di legge nazionale sul biologico non venne inserito il divieto di uso di OGM. Nel 2000 il National Organic Program venne così approvato con l’esplicitazione di tale divieto. Un momento importante per la storia del movimento biologico internazionale, che dimostra come l’azione di pressione sul legislatore possa raggiungere dei risultati fondamentali.

La situazione ora in Italia è chiaramente più complessa, ma non per questo bisogna rassegnarsi. La posta in gioco è rilevante. Ringrazio quindi quelli che hanno già firmato la petizione, invitandoli a diffonderla e prego quanti non l’hanno ancora sottoscritta a firmarla.

alberto berton

 

Alberto Berton è il promotore della petizione che potete trovare su change.org Tra i firmatari Giorgio Nebbia, Fabio Caporali, Matteo Panini, Alba Pietromarchi, Fausto Gusmeroli, Pierpaolo Lanzarini, Fabrizio Luciani, Carla Ravasio, Bruno Hassemer, Nicola Bongialatti, Gianfranco Busso, Gianluca Gigante, Nicola Saluzzi, Salvatore Ceccarelli, Elisa Pedrazzoli, Laurent Mauger, Christian Tonon, etc

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