Il calo delle proteine animali

5 Luglio 2017
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MERCATO

l primo accostamento che facciamo se pensiamo alla proteina è molto spesso legato alla carne e ai suoi derivati. E’ un retaggio culturale che ci trasciniamo dalla fine del XIX secolo e per buona parte del secolo scorso. Un’associazione veicolata, probabilmente, dalla rivoluzione industriale, dal miglioramento delle condizioni della popolazione che è esplosa, successivamente, durante il boom economico nel quale, avendo a disposizione più soldi, si voleva ostentare e sfoggiare l’essere benestanti. Acquisti di beni di consumo, mentre il carrello della spesa si riempiva di alimenti vari, eterogenei con un prezzo che prima non era alla portata di tutti. E tra questi c’era la carne.

A partire dalle seconda metà del Novecento, dunque, il consumo globale di carne è aumentato di cinque volte, passando da 45 milioni di tonnellate annui nel 1950 a 233 milioni di tonnellate nel 2000. L’assioma con cui siamo cresciuti era molto semplice: chi mangia carne è ricco perché se lo può permettere, chi è povero si nutre di patate, pane o verdure. Ma in prossimità del nuovo millennio, studiosi e tecnici hanno smontato questa convinzione: del resto, la parola proteina deriva dal greco antico il cui significato è “al primo posto”, senza alcuna sfumatura correlata.

Nell’ultimo decennio, anche per merito di campagne e di studi mirati, le proteine vegetali si stanno riscattando all’interno della società attuale ritrovando basi e nozioni che si svincolano prettamente dal seguire mode passeggere: in Occidente alcuni prestigiosi filosofi come Plutarco, Seneca o Pitagora seguivano una dieta senza carne come segno di rifiuto al sacrificio di animali in onore delle divinità e per rispetto di tutti gli esseri viventi.

Lo si vede dalle abitudini alimentari che stanno cambiando rapidamente e radicalmente: secondo il rapporto degli scienziati del Meat Atlas 2014,  375 milioni di persone nel mondo seguono una dieta vegetariana e anche l’Italia, di riflesso, non rimane indifferente alle nuove esigenze e ai trend. Secondo i dati Ismea, l’Istituto di servizi per il mercato agricolo-alimentare, nei primi dieci mesi del 2016, il consumo di carne è crollato del 5,8% rispetto allo stesso periodo del 2015; un segno negativo simile (-5,3%) coinvolge anche il reparto di salumi e affettati anche se, rimane una preferenza comunque di carni bianche. L’istituto Eurispes nel “Rapporto Italia 2017” sottolinea, invece, che il 7,6% del campione intervistato segue una dieta vegetariana o vegana: in particolare, il 4,6% degli intervistati si dichiara vegetariano mentre i vegani giungono al 3%, ovvero circa 1,8 milioni di persone, un numero triplicato rispetto al solo anno precedente.

Le motivazioni alla base possono essere diverse: salute, tendenza, rispetto per gli animali e per l’ambiente: la Fao, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, fa notare come la richiesta mondiale di proteine animali nei paesi in via di sviluppo ha obbligato le industrie a sviluppare un sistema di allevamento intensivo su larga scala di bovini, suini, polli e galline per la produzione di uova, con un gravoso impatto ambientale. Secondo uno studio del Wwf, per produrre un kg di bistecca di manzo, servono 15.500 litri di acqua mentre il 70% d’acqua dolce nel mondo è usato per far crescere piante che diventeranno mangimi per gli animali di allevamento.

Anche per questo, nel 2009, Gand, nel cuore delle fiandre, in Belgio, è stata la prima città del mondo a promuovere ufficialmente una giornata settimanale senza carne, il “Veggiedag”: un impegno deciso fortemente per contrastare i cambiamenti climatici promuovendo uno stile di vita più equilibrato. Storia simile all’antica città indiana Palitana la quale, in seguito allo sciopero di circa 200 monaci gianisti, ha bandito ufficialmente, con provvedimento disposto dal governo locale, la macellazione di animali e la vendita di carne e uova.

Ma oltre ai tempi ambientali ed etici, ci sono anche i cosiddetti “vegani per forza” che, per ragioni di salute, cercano alimenti privi di colesterolo e con bassa percentuale di grassi. Secondo la Nielsen, il 67% dei consumatori italiani si dichiara più consapevole sul consumo degli alimenti, il 53% sarebbe disposto a spendere di più per un prodotto sano. In Italia, infatti, le vendite dei prodotti salutistici segna un + 8% nei volumi.

La consapevolezza è uno degli ingredienti che, forse, è più mancato nelle diete delle generazioni precedenti e, senza demonizzare costumi e abitudini alimentari differenti, un’altra parola da inserire nella dieta quotidiana è moderazione: solo così si può raggiungere il perfetto equilibrio nutrizionale.

giovanni sgobba

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Credits: Agostini Lab Srl