Il blockchain apre tutte le porte della qualità

22 Maggio 2019
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BIOLOGICO

So bone… So greche!

Questo incipit, solo per vecchi cinefili, ricorda un film di Carlo Verdone, in cui un negoziante usava questa affermazione per dimostrare, in modo assolutamente indiscutibile, la qualità delle olive che commercializzava.

In modo analogo, la moda di questo periodo, per apparire ricchi di esperienza e al passo con i tempi, è utilizzare la parola blockchain per aprire tutte le porte della qualità. Parola che, invece, non ha altro significato che una tracciabilità di sicura fiducia. Solo questo.

In pratica l’applicazione di questa metodologia, dà la sicurezza ai consumatori che un pacco che viene spedito arriverà al destinatario in modo corretto, ed è proprio quello che era stato inviato. Non è stato cambiato o modificato in modo truffaldino.

Se nel pacco c‘è del formaggio, arriverà proprio quello che era stato messo nella scatola. Non dice nulla, però, della qualità intrinseca dello stesso, occorre fidarsi della parola del venditore.

Se mandano, allo stesso modo, delle spighe di grano, sono altrettanto sicuro che arriveranno quelle raccolte nel campo, ma non si ha alcuna garanzia delle modalità della sua coltivazione.

Intendiamoci, non è una cosa da poco avere la certezza che quello che sta arrivando sia proprio quello che è stato spedito, ma non basta, a mio avviso, per poter parlare di reale acquisto consapevole. Manca la certezza della qualità del prodotto inviato.

Pertanto la funzione primaria di una metodologia blockchain è, quindi, di certificare transazioni tra persone. Infatti, come dicono gli esperti, i servizi di notarizzazione sono le uniche applicazioni non monetarie della blockchain. Per assicurarne la qualità manca, come detto, la certificazione del prodotto prima della partenza.

È inevitabile che periodicamente, dal pensiero comune, esca una parola che si afferma come il mantra di un periodo storico.

La stessa è ripetuta in modo incontrollato, spesso senza conoscerne il suo reale significato, come se questa potesse mettere una pietra tombale su eventuali dubbi. Ora, come abbiamo affermato all’inizio dell’articolo, è il momento di blockchain.

Parola che viene utilizzata, in qualsiasi campo, per affermare una verità inderogabile: quando viene emessa questa parola siamo tutti soddisfatti e ci mettiamo comodi sul divano, tanto qualsiasi cosa si parli in seguito, si ha la certezza assoluta presente nelle affermazioni televisive degli anni sessanta.

Il rischio, però, è che passi l’informazione subliminale che basti verificare le quantità delle transazioni, per avere la certezza della qualità. Sono due cose completamente diverse, complementari ma non alternative.

Sapere che da un caseificio sono state prodotte un certo numero di forme, tutte seguite informaticamente lungo il mercato in modo che non possano essere sostituite durante i viaggi, non fornisce la garanzia della loro qualità.

In verità, allo stesso modo della televisione, spesso chi si riempie la bocca con questa parola non ha la minima idea di cosa stanno affermando. Forse sarà il suono esotico della stessa. Potrebbe, infatti, essere di origine germanica. E come affermano gli educatori dei cani, la lingua tedesca è la più adatta per imporre la propria volontà all’amico a quattro zampe, e sarà allo stesso modo molto adatta a convincere chi non ha le idee molto chiare su quanto afferma.

Uscendo dallo scherzo, il significato “letterale” è la possibilità di garantire delle transazioni senza avere un registro centralizzato che permetta la rintracciabilità generale. Infatti, è la metodologia che permette l’utilizzo della moneta virtuale dei Bitcoin in modo paragonabile a una valuta ufficiale. Tutto qui.

Affermazione non in senso sminuente, tutt’altro. Ma dietro a blockchain c’è una finalità ben precisa che non può essere applicata ad altri obiettivi, completamente differenti. Ora poi c’è la tendenza, molto diffusa, di applicarla nel mondo agroalimentare, come se potesse garantire la qualità dell’intera filiera, con tutte le affermazioni annesse. La filiera agroalimentare è molto variegata e intersecata, la cui correttezza non è garantita unicamente dalla certezza e immutabilità delle transazioni, ma è molto più complicata.

Facciamo un breve esempio:

  1. OGNI ingrediente deve essere valutato qualitativamente e quantitativamente nella fase di produzione e di trasformazione,
  2. OGNI fase di trasformazione successiva deve avere gli stessi controlli,
  3. OGNI prodotto finito che arriva alla tavola deve avere, a monte, tutta lo storico delle verifiche.

Solo in questo modo si può permettere quello cui ogni mercato serio deve aspirare: una trasparenza totale per permettere un acquisto consapevole.

Ogni altra condizione porta a una consapevolezza fittizia, quindi a una presa in giro del consumatore.

Come potete immaginare la certezza delle transazioni è una parte importante del controllo di filiera (quella quantitativa), ma solo una parte. In mancanza o in carenza della valutazione qualitativa, si rischia a essere certi che a valle sono sicuramente arrivati i 100 kg di prodotto spediti a monte, ma non si sa di quale qualità.

Per chiudere il cerchio, occorre una certificazione qualitativa in partenza e una certificazione quantitativa lungo la filiera fino a portare all’arrivo la qualità immutata. Esattamente quello che può avvenire per un prodotto biologico o anche per i prodotti certificati utilizzando la filosofia della Qualità Reale.

alberto bergamaschi

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Credits: Agostini Lab Srl