Il biologico Usa alla guerra della certificazione

20 Aprile 2018
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BIOLOGICO

Insoddisfatti dagli standard federali i pionieri del bio fondano i loro marchi.

Mentre il mercato statunitense del bio vola, raggiungendo il valore di 7.6 miliardi di dollari all’anno, nel movimento biologico da tempo è in corso una spaccatura. Oggetto del contendere gli standard per ottenere il marchio di certificazione biologica, controllato dal Dipartimento dell’Agricoltura statunitense (USDA). Secondo una parte del movimento biologico statunitense i requisiti per ottenere l’etichetta sono sempre più annacquati e facili da ottenere.

Lo spirito originario del movimento biologico comprendeva la volontà di cambiare l’agricoltura, l’adozione di sistemi agricoli sostenibili, l’attenzione per la salute del suolo, condizioni di lavoro giuste, condizioni di vita confortevoli per gli animali allevati. Ed è proprio a partire da queste considerazioni che una parte del movimento statunitense ha deciso di non accontentarsi più degli standard ministeriali per ottenere la certificazione biologica. Anche a seguito di diversi scandali alcuni gruppi di agricoltori e operatori del settore biologico hanno deciso di sviluppare la propria certificazione. 

Un primo insieme di operatori che ha deciso di mettere in campo una propria etichetta – la Regenerative Organic Certification – si riunisce intorno a realtà molto importanti nel panorama del biologico come: Patagonia Provisions, il ramo food della famosa azienda di abbigliamento; Dr. Bronner’s, azienda che produce alimenti biologici e prodotti bio per la cura del corpo; Demeter, organismo di certificazione biodinamica. La Regenerative Organic Certification si avvarrà anche della collaborazione del Rodale Institute – attivo in quest’ambito fin al 1942 – che ha messo a punto un programma pilota di certificazione. Gli standard contengono linee guida per salvaguardare la salute del suolo, la gestione dei terreni, il benessere degli animali e il giusto trattamento economico di agricoltori e lavoratori. L’obiettivo dichiarato è migliorare la quantità di materiale organico nei terreni, le condizioni di vita degli animali e la sostenibilità economica per gli operatori.

Le aziende che desiderano ottenere certificazione di proprietà di questa nuova compagine prima dovranno assicurarsi la certificazione federale rilasciata dal National Organic Program, l’agenzia che si occupa di disciplinare il biologico per conto del Dipartimento dell’Agricoltura, e solo in un secondo momento dovranno dimostrare di aver soddisfatto gli standard richiesti per accedere alla Regenerative Organic Certification. “Molto dello spirito originario del movimento biologico è andato perso quando sono stati stabiliti i regolamenti federali. La nostra nuova etichetta – dice David Bronner, CEO della Dr. Bonner’s – riconosce e afferma il biologico a un nuovo livello, che va oltre quello del programma federale”.

Un altro sodalizio che ha intrapreso un’iniziativa simile è il Real Organic Project che si aggrega intorno a un nucleo di attivisti e agricoltori che hanno fatto la storia del movimento biologico statunitense come: Eliot Coleman, Paul Hawken, Barbara Damrosch, Jeff Moyer, Stuart Hill, Fred Kirschenmann, Lisa Stokke e Dave Chapman. “Poiché la certificazione dell’USDA perde il significato di biologico – si legge sul sito dell’organizzazione – coloro che ci tengono devono unirsi. Il Real Organic Project mette insieme i consumatori e gli agricoltori che hanno scelto un modo migliore per produrre cibo. Gran parte degli agricoltori certificati degli Stati Uniti sono realmente biologici, ma una parte del cibo venduto con quell’etichetta non lo è. Poiché il National Organic Program lotta per mantenere gli standard previsti dall’Organic Food Production Act, noi pensiamo che dev’essere fatto qualcosa. Vogliamo aiutare a ripulire la confusione che i fallimenti del National Organic Program ha creato per le persone che cercano di supportare l’agricoltura biologica tradizionale. Non stiamo provando a distruggere l’etichetta federale. Piuttosto stiamo cercando di salvarla. Abbiamo già lavorato per anni per costruire un marchio biologico in cui la gente possa credere. Senza questa trasparenza perdiamo tutti. Il nostro obiettivo è trasformazionale. La nostra strategia è educativa”. Anche in questo caso l’etichetta si propone come aggiuntiva e non come alternativa rispetto a quella federale del USDA, e sarà negata a chi produce cibi processati. Saranno circa 20 i partecipanti al progetto pilota con l’obiettivo di poter apporre la prima etichetta sui prodotti entro il prossimo anno.

I due nuovi programmi di certificazione hanno reso evidente una sorta di scisma che da anni è sottotraccia nel mercato del biologico statunitense, dove è in atto una crescente divisione fra agricoltori e aziende che fanno lo stretto necessario per ottenere la certificazione federale, e quelli le cui pratiche vanno oltre le richieste del Dipartimento dell’Agricoltura. 

Molti sostenitori dell’agricoltura biologica però temono che aver reso esplicita questa divisione possa danneggiare il biologico come settore commerciale e confondere i consumatori, che acquistano perché fiduciosi della garanzia offerta dall’etichetta: in questo modo sono invece costretti a barcamenarsi tra le diverse sfumature di tre diverse etichette e potrebbe essere difficile per loro capire appieno tutte le differenze. Lo stesso Mark Kastel, cofondatore del Cornucopia Institute, e spesso in polemica con l’Organic Trade Association, si è trovato nell’inedito ruolo di difensore dell’etichetta federale in questo dibattito. “C’è il rischio reale – afferma Kastel – che questa nuova certificazione trasformi i prodotti che hanno solo la certificazione federale in cittadini di seconda classe del mondo del biologico, incapaci di ottenere il prezzo corretto anche per le più basilari produzioni biologiche”.

Anche la OTA commentando l’avvio dello sviluppo della Regenerative Organic Certification mette in guardia sui rischi di un nuovo marchio  di certificazione. “La buona intenzione dello schema proposto dalla Regenerative Organic Certification – si legge nella lettera firmata dalla vice Presidente Gwendolyn Wyard – presenta un rischio serio per il successo dell’etichetta biologica dell’USDA a causa della similitudine e della sovrapponibilità di due dei tre pilastri – salute del suolo e benessere animale. Mentre la consapevolezza di questo standard si diffone, così si diffonde la concezione errata che gli standard per il biologico dell’USDA non includono requisiti per la salute del suolo, la biodiversità e il benessere degli animali. Sebbene non intenzionale, questo può diventare uno sfortunato disservizio per la vitalità del settore biologico e per gli agricoltori biologici negli Stati Uniti”.

Eppure l’obiettivo sembra essere proprio il regolamento federale. Dave Chapman, portavoce del Real Organic Project, non solo considera gli standard federali troppo permissivi, ma afferma che la USDA fa anche poco per farli rispettare. Negli ultimi 10 anni, secondo l’Organic Integrity Database, il dipartimento ha revocato solo una dozzina di licenze per il biologico negli Stati Uniti, mentre sono oltre 80 nel resto del mondo e negli stessi anni ne ha sospese solo 1.700. A suo parere le grandi aziende sperano di incassare sui prezzi più alti che i prodotti biologici riescono ad ottenere sul mercato facendo il minimo sforzo possibile per meritarsi la certificazione federale; contando, inoltre, su una copertura mediatica che esalta le piccole aziende biologiche per convogliare una narrativa sul biologico che non riflette la maggioranza dell’agricoltura biologica certificata con l’etichetta del dipartimento. “La macchina dell’industria alimentare biologica – dice Chapman – usa il vero biologico come una cortina fumogena, per far credere ai consumatori che coltivare in biologico come faccio io sia la stessa cosa che fanno loro, ma non è così”. 

Entrambe le organizzazioni si appellano a un ritorno ai valori originari del movimento biologico, a loro dire mortificati dalle attuali norme federali. Non a caso lo scontro è scaturito da una decisione del National Organics Standards Board che ha concesso l’uso dell’etichetta federale alle compagnie che coltivano prodotti agricoli con tecniche acquaponiche e idroponiche, pratiche alle quali gran parte degli operatori del biologico tradizionali sono ostili perché i prodotti agricoli così coltivati non crescono nel terreno. La questione è molto dibattuta all’interno del mondo del biologico e l’Organic Production Act del 1990 stabilisce che la pianificazione per ottenere la certificazione biologica “Deve contenere misure destinate a favorire la fertilità del terreno, in primo luogo attraverso la gestione del contenuto del suolo attraverso il corretto dissodamento, la rotazione delle colture e l’uso del letame”.

La rigenerazione e l’arricchimento del suolo sono due requisiti importanti per ottenere l’uso delle etichette del Real Organic Project e della Regenerative Organic Certification, e questo esclude dalla certificazione i prodotti agricoli di origine idroponica e acquaponica.  “Per gli attuali standard federali – afferma il direttore esecutivo del Rodale’s Institute Jeff Moyer – si può essere agricoltori biologici e continuare a non fare nulla per migliorare la vitalità del terreno”.

Il disincanto verso il National Organic Program è sempre più diffuso fra le aziende biologiche storiche: molti piccoli agricoltori e rivenditori attribuiscono l’allentamento degli standard alla volontà delle corporations alimentari di lucrare sulla crescente domanda di cibo bio. “La Regenarative Organic Certification – dice il fondatore di Organic Inside Max Goldberg – può diventare lo standard aureo del biologico, anche se far nascere una nuova certificazione non sarà facile”. Lo stesso Goldberg sottolinea come la mancanza di abbastanza materie prime biologiche, come il mais e il grano, capaci di soddisfare i nuovi standard e il dover spiegare il significato della nuova certificazione ai consumatori potrebbero essere difficoltà difficili da superare.

Un altro aspetto da non sottovalutare è il prezzo. Gli stessi fondatori della Regenerative Organic Certification ammettono che almeno in un primo periodo il rischio è che per poter garantire standard migliori siano più alti. “Sappiamo che ci sono consumatori che vogliono più trasparenza – afferma Rose Marcario di Patagonia – sul cibo che mangiano e che sono disposti a pagare di più per averla”. La stessa Marcario prosegue dicendo che l’etichetta ROC può ridurre la confusione tra i consumatori perché implicitamente garantisce la protezione del suolo e il benessere animale che adesso richiedono altre etichette.

Altro terreno di scontro è il trattamento degli animali negli allevamenti. L’Organic Trade Association ha recentemente fatto causa alla USDA con l’obiettivo di costringere l’agenzia a rendere effettiva la Organic Livestock and Poultry Practices rule, legge che avrebbe chiarito i requisiti di benessere animale per ottenere la certificazione biologica federale terminata ad inizio 2017 e la cui approvazione è stata più volte rimandata fino al su o ritiro lo scorso dicembre. L’OTA sostiene che il ritardo e il ritiro della legge violano sia l’Administrative Procedure Act che l’Organic Foods Production Act. Secondo le associazioni che si sono unite all’OTA nel procedimento che l’approvazione di questa legge porterebbe gli standard per la certificazione federale più in linea con le aspettative dei consumatori che acquistano prodotti certificati. L’USDA ha replicato che la sua decisione è determinata da una diversa interpretazione dell’Organic Foods Production Act: mentre inizialmente l’USDA riteneva che la legge le attribuisse l’autorità di poter regolamentare sia la salute che il benessere degli animali, adesso lo interpreta nel senso che può occuparsi solo della prima.

Dunque, sebbene a parole i promotori delle nuove etichette assicurino che non c’è nessuna volontà di sostituirsi all’autorità federale, l’impressione è che lo scontro proseguirà. Al momento è difficile prevedere se questo dibattito porterà a una spaccatura ancora più profonda nel movimento biologico statunitense. Da un lato c’è l’eventualità che le posizioni siano inconciliabili e che i protagonisti di queste iniziative vogliano ritagliarsi il ruolo di paladini del vero biologico, contrapposti all’autorità federale accusata di essere più disponibile a venire incontro a esigenze di puro profitto; dall’altro che queste schermaglie siano in realtà finalizzate a creare una nuova nicchia di mercato per prodotti di gamma più alta, destinati ad una clientela più esigente, radicale e facoltosa.

vincenzo menichella

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Credits: Agostini Lab Srl