Il biologico del “6” che tanto danneggia i produttori italiani

13 Dicembre 2018
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BIOLOGICO

Tutti siamo andati a scuola. Con i risultati che ognuno di noi, nel suo privato, conosce. 

Una storia certamente superata, soprattutto per questioni anagrafiche, ma se anche adesso ci chiedessimo qual era il nostro obiettivo di alunni, quasi sempre ci sentiremo di dover rispondere: essere promossi.
Mentre la risposta oggettivamente corretta, dovrebbe universalmente essere: imparare.

Questa errata convinzione ha conseguenze molto pericolose per la società, con grandi implicazioni collegate anche in altri settori, come vedremo. In pratica non interessa tanto imparare, ma raccontare agli altri, tramite attestati ottenuti con qualsiasi mezzo, di avere imparato. Si brama senza ritegno il 6: la magica cifra che permette il passaggio al livello superiore, scalino dopo scalino fino ad arrivare alla vetta, al termine del percorso scolastico, della maturità. A sua volta il passaporto per entrare nel mondo del lavoro.  La conoscenza personale delle materie, quindi, passa inevitabilmente in secondo piano, diventando un corollario del percorso, non il principale obiettivo.

È la dimostrazione, se ce ne fosse ancora bisogno, che gli obiettivi non formati bene creano difficoltà sia a chi li persegue che all’ambiente circostante.
All’individuo, perché utilizza la propria energia per l’immagine e non per la sostanza.
All’ambiente, perché se l’obiettivo di un gruppo di persone diventa virale, è tutto l’ambiente che ne rimane coinvolto e passa da essere un obiettivo personale a diventare un modo di pensare della società.
Potete immaginare quanto possa essere fuorviante e pericoloso, per una società moderna, che la scuola non sia percepita come una preziosa fonte di conoscenze, importanti per la crescita di tutta la società, ma come una scalcagnata erogatrice di password per ottenere posti di lavoro, con il tacito avvallo di quegli insegnanti che utilizzano il voto non come valutazione ponderale della conoscenza, ma come ricatto agli alunni per strappare quel rispetto che sarebbe certamente negato.

Questo mio j’accuse, forse anche un po’ troppo viscerale e apparentemente fuori tempo, non è scaturito solo da considerazioni inerenti all’istituzione scolastica, ma anche da elementi decisamente estranei, e apparentemente non connessi, come il mercato dei prodotti biologici. Come mai questo collegamento mentale, che mi ha fatto accendere questa scintilla polemica? Andiamo per ordine.

Tutto inizia molti anni fa, da una premessa del primo regolamento europeo sull’argomento biologico (il 2092/91), quindi quasi tre decenni or sono, che dichiarava in modo, apparentemente, innocuo:
… considerando che è necessario stabilire, nell’interesse dei produttori e degli acquirenti dei prodotti che recano indicazioni concernenti il metodo di produzione biologico, i principi minimi che devono essere soddisfatti affinché i prodotti possano essere presentati con tali indicazioni

I “principi minimi” non sono altro che il 6 della scuola (ed è, appunto, da questa considerazione che è partita l’analogia).
La risicata sufficienza che è la chiave di accesso al mercato, per potersi fregiare della fogliolina verde, indispensabile per la possibilità di vendere un prodotto come biologico, senza, però, potere comunicare nient’altro. Esattamente come il 6 alla maturità, che fa scattare il possesso del diploma, su cui non sono riportate le reali conoscenze della persona.

Quello che, in realtà, lo studente effettivamente conosce, è un corollario. Come è un corollario la reale qualità del prodotto biologico, rispetto all’appiattimento verso il basso generato dall’esibizione della fogliolina qualificativa. Sembra che basti la fogliolina a promuovere un prodotto, mentre le sue caratteristiche generali diventano insignificanti e non interessanti per decidere o meno su un acquisto. Da dove viene, come è stato prodotto, cosa è stato utilizzato per la coltivazione, come è stato trasformato, quali sono i principi etici. Queste sono una parte delle domande che sarebbe interessante conoscere per decidere sull’acquisto.

Invece la fogliolina deve bastare per tutti, non sono ammesse richieste specifiche. La cosa più triste, inoltre, è che non ci rendiamo conto che è proprio l’Europa che appoggia incondizionatamente la nostra rinuncia alla comunicazione totale del prodotto.

Perché è proprio chi propone al mercato qualche cosa di scarso che spera di non doverlo troppo raccontare e, inoltre, cerca di impedire a chi ha effettivamente qualche cosa da comunicare, di farlo. Per l’agroalimentare biologico è proprio così. Chi punta unicamente all’ottenimento della fogliolina, spera nell’abbassamento del livello qualitativo del mercato e del riuscire a rendere il prezzo il solo ago della bilancia. E non potrà essere certamente il produttore italiano a uscire vincete da questa battaglia.

Il produttore italiano può puntare, fortunatamente, solo alla qualità e all’andare controcorrente rispetto a tutti gli altri. Su questa strada si sta avviando anche il nostro Ministero, che tra i futuri provvedimenti per il biologico ha inserito l’attuazione di un marchio italiano che protegga le nostre produzioni coltivare in Italia. Aspettiamo le contromosse dal grande mondo della, bene che vada, risicata sufficienza.

alberto bergamaschi

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Credits: Agostini Lab Srl