Il biologico contribuisce alla fame nel mondo?

19 Aprile 2019
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sostenibilità

Alcuni “esperti” stanno provando a sostituire il concetto di “nutrimento” con quello di “ingerimento di cibo”, molto più comodo per chi ha il semplice e poco rischioso onere di vendere del cibo rispetto a quello che offre un nutrimento.

Leggendo ieri un articolo, sono stato confortato dal fatto che ho riscontrato, ancora una volta, una grande attenzione al tentativo di risoluzione del problema della fame del mondo, non solo da parte delle partecipanti ai vari concorsi di bellezza, ma anche degli esperti del settore alimentare, soprattutto del biologico.

D’altra parte, è dall’inizio della diffusione dell’agricoltura biologica oltre il limite accettabile per il consesso scientifico (che è quello di nicchia) che questo è uno degli argomenti utilizzati dai detrattori della stessa, per cercare di dimostrare il suo anacronismo. La frase sempre valida è che “purtroppo non permette di raggiungere quella produttività necessaria a combattere la fame nel mondo”.

Argomentazione, come cercheremo di dimostrare, quanto meno ingenua, però utile per trovare qualche motivazione, con forti tratti empatici, per richiamare l’attenzione della società e del pubblico.

Uscendo da queste favole, che colpiscono con forza gli emotivi appartenenti ai social, e pensando seriamente quanto ci possa essere di vero in questa affermazione, viene spontaneo pensare ad alcune realtà esistenti nella filiera alimentare.

Da qui si potrà partire, per raccontare qualche altra bella storia che possa implementare le pagine del libro della produzione del cibo.

Lo spreco. Non sono tanto amante dei dati statistici, partoriti da qualche studio, spesso pilotato, che si trova in rete. Dati solitamente usati come ausilio per l’intervento di qualche politico in televisione, a corto d’idee o di effettive ragioni, che sono in grado di appoggiare qualsiasi tesi e, contemporaneamente, il contrario delle stesse. Dati spesso sbandierati in modo arrogante davanti alle telecamere, come verità inoppugnabili.

Per questa volta, però, farò un’eccezione.

Ho trovato in rete che, secondo la Coldiretti, il cibo sprecato in Italia, quindi prodotto nelle nostre campagne ma senza essere entrato nel percorso alimentare, potrebbe servire a sfamare oltre 40 milioni di persone.

Il che in una nazione di 60 milioni di abitanti è, indubbiamente, una bella percentuale di spreco.

Ed è, quindi, per lo meno surreale che non ci sia ogni giorno la stessa quantità di articoli sull’argomento di combattere gli sprechi, rispetto a quelli sulla necessità di produrre un quantitativo maggiore di alimenti, con tutto l’inquinamento che ne deriverebbe.

Sarebbe come scatenare una campagna di stampa sull’acqua che non basta per le città, non dire nulla per comunicare la necessità di chiudere le innumerevoli falle nelle tubature e cercare di convincere l’opinione pubblica sulla necessità di scavare nuovi pozzi.

Oddio, a pensarci bene è proprio quello che accade anche per quanto riguarda l’acqua potabile…

A chi conviene indirizzare l’attenzione pubblica verso la scarsità di produzione dell’agricoltura biologica e incentivare, parallelamente, la produzione intensiva a scapito dell’aumento dell’inquinamento e dell’abbassamento della qualità?

Lascio la risposta a ognuno di voi, io mi limito a consigliare, come in tutte le brave famiglie attente all’etica sociale, la priorità dell’eliminazione degli sprechi, rispetto all’abbassamento della qualità in funzione di un aumento della produzione.

La qualità. Collegandoci al punto precedente, parliamo della qualità.

Una cosa che mi ha sempre stupito è che chi parla d’incentivazione della resa agricola, si riferisce sempre alla quantità e quasi mai alla qualità.

Sembra quasi che ci si purifichi la coscienza sociale, puntando alla massima produzione alimentare, stressando, inevitabilmente in questo modo, oltre la normalità, gli equilibri agricoli e di allevamento. Ma cosa vale una grande produzione, se poi si fa ingoiare al prossimo del cibo spazzatura ? 

D’altra parte, molto probabilmente, saranno tutti seguaci di Mao Tse-Tung che affermava quanto fosse meglio avere fame che morire della stessa. Affermazione innegabilmente condivisibile, che si potrebbe, però, anche parafrasare con “è meglio mangiare bene e in misura corretta, rispetto a una grande quantità, ma di qualità molto bassa”.

Il discorso sul cibo spazzatura non si supera evitando solo le merendine e simili, ma anche individuando tutti quegli alimenti, molto scarsi, che sono responsabili delle intolleranze che si stanno diffondendo in modo preoccupante, obbligandoti anche all’uso di tutti gli integratori oggi in commercio, per chiudere le varie falle delle carenze alimentari.

Le stesse mancanze che finiscono con il pesare economicamente sulla bilancia delle spese della sanità pubblica.

L’abbandono delle campagne e la trasformazione del terreno agricolo in edificabile. Se esiste la preoccupazione di non riuscire a raggiungere la sufficienza alimentare, perché è trattato in modo così superficiale il problema del continuo abbandono delle campagne e il cambiamento della destinazione d’uso del terreno, in primis quello di pianura?

Grandi estensioni di terreno si sono scoperte, stranamente, più adatte alla costruzione edile rispetto alla coltivazione di ortofrutta.

Senza che, però, i grandi pensatori si preoccupassero eccessivamente della sussistenza dei cittadini del mondo, forse un po’ offuscati dal benessere dei palazzinari.

Riassumendo, si sono facilmente trovate almeno tre motivazioni più invasive, per essere preoccupati di quanto mangiano i nostri concittadini, rispetto alla diffusione dell’agricoltura biologica.

E non abbiamo neanche toccato i problemi dell’inquinamento ambientale e delle malattie croniche prodotte dalla chimica agricola.

La realtà è che non esiste alcun motivo reale, se non un mero interesse personale, per preferire la diffusione dell’agricoltura chimica rispetto a quella biologica. Poi è evidente che ci vuole la garanzia che quello che si acquista abbia le caratteristiche per le quali è andato sul mercato.

Garantito questo, come detto, non credo ci sia altro da dire.

Anche il concetto che tutti si devono permettersi tutto, per cui non si fa agricoltura biologica perché è di questa la colpa del problema della fame nel mondo e della discriminazione della capacità di acquisto, è assolutamente superficiale, per non dire risibile.

Concordo che i bisogni primari devono poter essere soddisfatti da tutti in modo adeguato, ma sempre nel rispetto alle possibilità di ognuno.

Mi spiego meglio: tutti devono possedere (o avere a disposizione) un’abitazione sana e funzionale, ma se è una villa o un condominio dipenderà da altri fattori.

Allo stesso modo tutti devono avere la possibilità di nutrirsi in modo corretto e adeguato. Poi se sono ostriche o spaghetti dipenderà dalle tasche.

Invece ho l’impressione che alcuni “esperti” stiano provando a sostituire il concetto di “nutrimento” con quello di “ingerimento di cibo”, molto più comodo per chi ha il semplice e poco rischioso onere di vendere del cibo rispetto a quello che offre un nutrimento, ma alla lunga molto più costoso per la società e molto meno rispettoso dei diritti fondanti un consesso civile.

alberto bergamaschi

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