Il biologico conquista la Russia

10 Dicembre 2018
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MERCATO

Cresce l’interesse per il bio in Russia, tra voglia di cibo sano e l’idea di conquistare il mercato

 

L’agricoltura biologica sbarca in Russia. Prodexpo, la più grande fiera alimentare del Paese che si svolgerà all’Expocenter di Mosca dal 11 al 15 febbraio prossimi, per la prima volta avrà un intera sezione dedicata al biologico, che si chiamerà Prodexpo-Organic. La decisione di realizzare questo progetto viene incontro alla crescente domanda di prodotti biologici che sta conquistando anche la Russia. Secondo i dati degli organizzatori di World Food Moscow nel 2016 sono circa 4,5 milioni gli utenti russi che consumano biologico, per un valore di circa 185 milioni di dollari, e negli ultimi 5 anni la domanda di cibi biologici è aumentata del 60%.

Lo sviluppo dell’agricoltura biologica in Russia è abbastanza recente. La prima associazione dei produttori – SOZ – è stata fondata nel 2013, mentre la NOS, l’unica organizzazione che rappresenta i produttori e i distributori biologici nel Consiglio del Ministero dell’Agricoltura e che partecipa all’elaborazione delle norme legislative, è stata fondata l’anno successivo: ne fanno parte le quattro più grandi aziende del settore e una catena di supermercati di fascia alta presente soprattutto a Mosca e San Pietroburgo. Nonostante questo, il governo russo ha progetti ambiziosi, e punta a diventare uno dei principali paesi produttori di cibo biologico. Secondo il ministro dell’Agricoltura Alexander Tkachev nei prossimi anni la Russia potrebbe arrivare a esportare prodotti biologici per un valore che si aggira tra i 20 e i 30 miliardi di dollari. Un obiettivo che sembra a dir poco ottimista per un mercato che al momento vale poco meno di 200 milioni di dollari.

La Russia, però, ha risorse per raggiungere risultati notevoli: secondo i dati forniti al Sinab dal ministero dell’Agricoltura nel 2016, può contare su circa 40 milioni di ettari di terreni non toccati dai pesticidi per molti anni, anche se non è chiaro se siano esenti da altre forme di contaminazione. La decisione di investire sull’agricoltura serve anche a diversificare le entrate, visto che l’economia russa è ancora troppo legata al mercato dell’energia. Paradossalmente un altro fattore che ha influito molto sulle politiche a favore dell’agricoltura è rappresentato dalle contro-sanzioni russe in reazione a quelle stabilite dall’UE per la crisi ucraina. L’embargo russo prevede il divieto all’ingresso di frutta e verdura, formaggi, carne e salumi e pesce, provenienti dall’Ue. Questo ha spinto il governo a investire molto in agricoltura allo scopo di produrre in patria i beni che in passato arrivavano dall’estero, nel tentativo di avvicinarsi il più possibile all’autosufficienza alimentare. Fino al 2013 la Russia importava oltre il 36% del cibo sul mercato alimentare, quota che è calata ad un comunque consistente 22% nel 2017. Ma nonostante questo a causa delle condizioni climatiche e di crescita deve ancora importare gran parte del suo fabbisogno di frutta, verdura, olio di oliva e pasta, ma anche la produzione di carne, latte e formaggio è inferiore a quello richiesta dai consumatori.

Dal Governo sono stati stanziati 215 miliardi di rubli nel 2015 e 224 nel 2016, che corrispondo a circa 3 miliardi di euro. E’ plausibile che una parte di questi soldi sarà destinata all’agricoltura biologica. Il settore è diventato molto appetibile per gli oligarchi che stanno in parte abbandonando l’investimento nell’industria per dedicarsi all’acquisto dei terreni il cui prezzo sta rapidamente crescendo. Lo stesso presidente Putin nel 2015, prospettando una sorta di piano quinquennale, aveva affermato che la Russia potrebbe diventare nei prossimi anni uno dei paesi leader nel mondo sul mercato del biologico e puntare a una fetta tra il 15% e il 25% del mercato globale entro breve.

Fino a poco tempo fa, tra i paesi che appartenenti al G8, la Russia era l’unico a non avere ancora una legge che regolasse il mercato del bio, pur avendo un mercato in crescita. La legge, attesa sia dai consumatori che dagli imprenditori, è stata approvata nel 2018 ed entrerà in vigore dal 1° gennaio del 2020 e sicuramente darà un nuovo impulso al mercato. La norma prevede la regolamentazione di produzione, trasformazione e trasporto dei prodotti bio in Russia. Vieta, inoltre, l’uso di prodotti chimici, di stimolatori della crescita e di antibiotici e stabilisce le definizioni di agricoltura, prodotti e produttori “biologici”. Tra gli obiettivi la realizzazione di un registro unico dei produttori biologici e sostenibili, con il rilascio di un’etichettatura speciale per chi otterrà la certificazione biologica, per questi ultimi l’iscrizione al registro sarà gratuita.

Secondo l’associazione dei produttori SOZ l’introduzione di una normativa sul bio, preceduta nel 2015 dall’introduzione degli standard GOST per la produzione e la certificazione del bio, porterà a una crescita imponente del mercato del bio, che nel giro di pochi anni potrebbe passare da un valore di 7 miliardi di rubli a 100 miliardi. È difficile pensare come la Russia possa ottenere un risultato del genere in così poco tempo, ma gli obiettivi posti dal governo e la presenza nel paese di una fascia crescente di nuovi ricchi, interessati ad acquistare cibo di qualità, lasciano pensare che ci sia lo spazio per crescita comunque robusta del mercato del biologico.

In un contesto simile l’inserimento nel mercato russo sarebbe una grande opportunità per le imprese italiane: come segnalano molti operatori è un buon momento per investire nel bio in Russia. Nonostante la crescita, l’agricoltura russa non garantisce prodotti di alta gamma, anzi, la sostituzione delle importazioni è andata a favore di produzioni con basso valore aggiunto, difficilmente in grado di soddisfare la domanda di una clientela alla ricerca di prodotti di qualità, che invece sarebbero in grado di offrire le aziende italiane. Gli scambi commerciali tra Italia e Russia nel settore agroalimentare non sono del tutto interrotti – secondo Coldiretti nel 2017 l’export italiano in Russia è comunque cresciuto del 22% rispetto all’anno precedente, anche se perde 4 miliardi rispetto al periodo pre embargo, e si attesta a un importo di poco inferiore ai 7 miliardi – ma il prolungarsi dell’embargo, oltre a danneggiare direttamente le aziende, sta favorendo anche la diffusione di prodotti italian-sounding provenienti da paesi non colpiti dalle contro-sanzioni russe. Il rischio è che, se anche dovesse venir meno l’embargo, alcuni segmenti di mercato come quelli dei salumi, dei formaggi, della frutta e della verdura possano essere persi o difficili da recuperare. Alle difficoltà politiche bisogna aggiungere che il consumatore russo di fascia media preferisce i prodotti nazionali a quelli importati, sia per una questione di prezzo che per la percezione di una maggiore genuinità. Per questo motivo e per evitare le procedure doganali molti operatori stranieri stanno passando dalla strategia commerciale alle delocalizzazioni per produrre in loco, in particolare in Crimea.

È presto per dire se questa situazione si cristallizzerà. Molto dipenderà dalle scelte politiche russe e dagli equilibri internazionali. Alcuni commentatori si sono spinti a considerare che il cibo sarà uno dei fronti principali di una nuova guerra fredda, in questo senso sono state interpretate le voci di un possibile accordo con la Cina per l’esportazione della soia. Aldilà dei proclami del presidente Putin e del ministro Tkachev, è improbabile che l’agricoltura biologica russa possa raggiungere in tempi così brevi le quote di mercato che si augurano i dirigenti, anche perché al momento non possiede la manodopera, la tecnologia e il know how necessari. È anche importante capire se la strategia di conquistare una fetta così consistente del mercato internazionale si baserà davvero sul biologico o virerà sul convenzionale.

Per quanto riguarda il mercato interno del bio quello che emerge è che anche in Russia si stanno verificando le stesse dinamiche di crescita già osservate in altri paesi: a trainare la domanda al momento – come evidenziano i dati Sinab – sono le classi medio alte, con un’istruzione superiore che vivono nei grandi centri urbani e disposte ad una spesa maggiore per avere cibo di qualità. I maggiori consumatori hanno un’età compresa tra i 25 e i 45 anni e sono motivati all’acquisto principalmente per l’attenzione alla salute. I dati forniti dalla SOZ comunque riferiscono di un 58% di russi pronti ad acquistare prodotti biologici se ne avesse la possibilità economica, e se il mercato del lusso rappresenta circa il 10% dei consumatori, le madri di famiglia e coloro che acquisterebbero biologico motivati dallo stile di vita salutare rappresentano rispettivamente il 45% e il 30% del totale. Riuscire a intercettare questa domanda sarebbe un’opportunità di crescita decisiva per molte aziende italiane, compresi gli enti di certificazione.

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Credits: Agostini Lab Srl