Il bio e “la bio”: la scelta dei valori

16 Marzo 2018
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BIOLOGICO

Vogliamo mangiare bio. Ma quale dei due? 

Sempre più consumatori vogliono mangiare alimenti provenienti dall’agricoltura biologica e usare cosmetici o prodotti certificati bio. Una richiesta crescente collegata ad una valorizzazione dei prodotti che consumiamo, pensando al gusto, alla nostra salute, all’ambiente anche delle generazioni future. Prodotti di tutti i tipi si ritrovano sugli scaffali, con vari loghi e certificazioni. Ma cos’è realmente il bio oggi?

Non si può più parlare di effetto moda, perché è ormai inserito nel nostro quotidiano. A tal punto che i supermercati hanno creato le loro marche bio, in modo da captare questa fetta di mercato, una deriva che fa male all’idea iniziale dell’agricoltura biologica: non un oggetto di marketing ma una filosofia.

Gli enti di certificazione controllano che sia rispettata la normativa europea sulla produzione biologica del 2007, che prevede regole agronomiche e di trasformazione degli alimenti. Non prevede nulla quindi rispetto la provenienza dei prodotti, la stagionalità o le condizioni di lavoro e contiene delle lacune sull’utilizzo di conservanti.

Prendiamo l’esempio dei pomodori bio del sud della Spagna. La richiesta dei consumatori per il bio ha spinto alla conversione alcune centinaia di ettari del “mare di plastica” della regione di Almeria,

Ecco come si presenta la campagna di Almeria, un mare senza fine di tunnel di plastica

zona di agricoltura intensiva rovinata da superfici immense di serre di plastica. Ma le condizioni di lavori sono le stesse: lo sfruttamento dei lavoratori, la produzione per 12 mesi all’anno e l’esportazione in tutta Europa per il bio della grande distribuzione.

Il nitrito di sodio è l’esempio di un’altra incoerenza. Questo sale è aggiunto come conservante nel prosciutto cotto ed altri affettati suini anche da agricoltura biologica. È stato svelato da diversi studi scientifici il collegamento tra ill suo consumo e patologie come il cancro. L’utilizzo del nitrito di sodio per la conservazione, era stato introdotto per prevenire il botulismo alimentare tempo fa, ma oggi l’industria non può più farne a meno: senza il nitrito di sodio, la carne cotta perde il colore rosa a cui i consumatori sono troppo bene abituati. Delle alternative esistono: alcune aziende vendono il prosciutto con un colore marroncino (in effetti un arrosto di maiale ha questo colore) spiegando ai consumatori il motivo della scelta molto sensata.

Il bio è un prodotto, mentre ‘la bio’ è il punto culminante di un ecosistema alimentare iscritto in un’ecosistema sociale,” spiega Frédéric Denhez, giornalista ed autore di Le bio, Au risque de se perdre In francese la distinzione data dall’uso determinativo, segna la differenza  tra il prodotto industriale “le bio” e “la bio”.

In effetti, i prodotti certificati bio che troviamo in commercio possono essere di diversi tipi. In particolare c’è il prodotto che arriva da lontano (anche se si trovano produzioni locali), è poco costoso e si trova al supermercato in qualsiasi stagione: anche se certificato bio non difende la filosofia de “La Bio”, che vuole essere risultato di un’agricoltura di prossimità, di stagione, rispettosa dei lavoratori e quindi con una produzione venduta al prezzo giusto. “La cosa che da fastidio è che il bio ridotto allo stato di marca rassicurante non veicola i valori di “la Bio” che sono fondamentalmente in contraddizione con i modi di fare della grande distribuzione.” 

È importante oggi denunciare il greenwashing e i loghi verdi che si trovano sui prodotti della grande distribuzione, spiega. Le grandi marche si colorano di verde pensando ad un unica cosa: il profitto. Non dobbiamo più farci ingannare dalla vetrina allettante del bio. Pur essendo certificato bio, i valori  non sono molto diversi da un prodotto convenzionale. 

Cosa vogliamo mangiare? Prodotti bio perché certificati che rispettano un disciplinare oppure “la Bio” perché rispettano una filosofia, una visione del mondo, le fondamenta dei valori che definiscono l’umanità? Dipende delle ragioni per cui si è deciso di comprare bio. “Non cominciare con il bio, ma interrogandoci sul vostro modo di mangiare.”   Mangiare bio per compensare un senso di colpa non è sufficiente, non deve essere un modo per ripulire la coscienza ma un atto coraggioso di vero cambiamento delle abitudini alimentari.

La ricerca di un gusto migliore oppure la sicurezza di mangiare un prodotto sano senza pesticidi, sono questi i vantaggi del biologico più citati. “Confondendo artigianalita e tradizione – spiega Denhez -, terroir e Francia, ricerca del gusto con ricerca di tracciabilità, il consumatore favorisce i prodotti sebbene confezionati dalle stesse industrie degli altri, ma per delle marche diverse, a scapito di autentici prodotti artigianali.” 

Per quanto possa essere ben coltivato, per tanto bio che sia – aggiunge – l’assortimento di nutrienti dipende dal clima, dagli imprevisti climatici, dalla ricchezza in funghi del suolo, dalla prossimità di un fiume o di una siepe, dalla densità della coltura e da tanti altri fattori.” Allora, al di là del biologico, diventa importante mangiare alimenti prodotti localmente da chi si conosce, da chi ci si fida.

Il sostegno agli agricoltori è fondamentale ne la bio.  In Francia, i negozi Biocoop hanno fatto la scelta di vendere prodotti da agricoltura biologica seguendo una filosofia che va al di là della normativa. In effetti, sono implicati nella creazione di filiere dirette per la vendita locale con una ampia gamma riuscendo a lavorare con i produttori locali: è un sostegno diretto. La vendita di prodotti, alimentari e non (come i detersivi), non confezionati e quindi sfusi offre la possibilità di risparmiare plastica e ridurre i costi. La rete Biocoop investe per la solidarietà tra i produttori con la priorità per  chi a fatto la scelta di organizzarsi in forma colletiva tra produttori per difendere congiuntamente gli interessi.

Diversi negozi, in Italia, come Naturasi con la marca (private label) Ecor si sono ugualmente impegnati a sostenere gli agricoltori in modo diretto e in rete locale, permettendo così di usufruire di una sicurezza sulla vendita. Purtroppo, la vendita dello sfuso non è ancora radicata tra le abitudini di chi fa gli acquisti  in questi spazi. Esiste, ma ancora non troppo diffusa. Resta al consumatore valutare, scegliere e finalmente creare la domanda.

Il Community Supported Agriculture (CSA) è una formula adatta per chi vuole impegnarsi a mangiare cibo di qualità con il sostegno all’agricoltore. In effetti, il principio è anticipare il pagamento per le merci che saranno poi consegnate nell’anno a venire, come la cassetta settimanale di frutta e verdura. In questo modo, l’agricoltore è sicuro di avere un reddito, anche se la stagione “va a male”.

Il Programma di Sviluppo Rurale (PSR) prevede finanziamenti adeguati ai settori interessati da “la bio” come la misura per la “Cooperazione per lo sviluppo e la promozione di filiere corte”. I bandi sono complicati e difficili da intraprendere ma per un agricoltore convinto, è un ulteriore sostegno che va divulgato.Inoltre, speriamo che nel nuovo regolamento europeo per l’agricoltura biologica siano previste delle misure che integrano il concetto di “la bio”. È stata proposta e valutata positivamente una variazione sulla vendita delle sementi contadine. Ma la strada è ancora molto lunga da percorre per proteggere “la bio”.

lauriane borget

 

– Le bio, Au risque de se perdre, Frédéric Denhez, ed. Buchet Chastel, 2018

– “La face cachée du bio low cost”. Documentario, 2016

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Credits: Agostini Lab Srl