Glifosato. Per l’EPA non è cancerogeno

13 Maggio 2019
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sostenibilità

Le condanne e la pubblicazione di nuovi documenti imbarazzanti non bastano all’agenzia USA

La vicenda legata agli studi sulla cancerogenità del glifosato si arricchisce di un nuovo capitolo. I primi di maggio l’EPA, l’agenzia per la sicurezza ambientale degli Stati Uniti, ha dichiarato che il glifosato, principio attivo alla base dell’erbicida Round Up, tra i più utilizzati al mondo, non è cancerogeno. “Non c’è alcuna prova che il glifosato provochi il cancro – ha dichiarato Alexandra Dunn, amministratore assistente per la sicurezza chimica e l’inquinamento dell’EPA, in una nota – Non c’è rischio per la salute pubblica dall’uso del glifosato”. Il prossimo passo dell’agenzia sarà rinnovare la registrazione dell’erbicida.

Già nel 2017 l’EPA era giunta a conclusioni simili riguardo i pericoli per la salute legati all’uso del glifosato. Anche se non aveva escluso pericoli per l’ambiente derivanti da un uso eccessivo dell’erbicida – soprattutto per gli effetti sugli insetti impollinatori e per la possibilità che le infestanti possano sviluppare resistenza all’erbicida – tanto da proporre alcune limitazioni al suo utilizzo. L’attuale amministrazione dell’agenzia, nominata dal Presidente Trump, è però tornata sull’argomento con un orientamento diverso e ha rilevato, a distanza di soli due anni, una bassa tossicità per le api e un “rischio potenziale” per le animali e piante, pur confermando alcune limitazioni all’uso.

La posizione presa dell’EPA stupisce anche perché arriva dopo due recenti sentenze della corte federale di San Francisco che collegano l’esposizione al glifosato all’insorgere del linfoma non Hodgkin, e hanno stabilito indennizzi milionari nei confronti degli agricoltori che avevano fatto causa alla Monsanto. Presso la stessa corte sono stati trasferiti 760 casi riguardanti il glifosato e oltre 10.000 sono in corso in tutti gli Stati Uniti. Dalle udienze sono emerse molte responsabilità della Monsanto che a più riprese ha cercato, spesso riuscendoci, di tenere nascosti studi e ricerche in grado di dimostrare la pericolosità del suo prodotto di punta. Innanzitutto è emerso come la Monsanto non abbia mai effettuato studi epidemiologici sulla cancerogenità del Roundup e delle altre formulazioni di pesticidi a base di glifosato mentre si impegnava in operazioni di ghostwriting scientifico e a screditare l’opinione dello IARC, che inserisce la sostanza tra i probabili cancerogeni.

Molte delle rivelazioni emerse in aula sulle iniziative che la multinazionale aveva intrapreso per difendere il proprio prodotto erano state rese pubbliche, a processi in corso, nell’agosto del 2017, dallo studio legale Baum, Hedlund, Aristei & Goldman che aveva diffuso alcuni documenti interni all’azienda. Lo scorso 24 aprile lo studio legale statunitense ha reso pubblici altri documenti che permettono di dare un altro sguardo dietro le quinte della Monsanto e confermano le ingerenze del colosso dell’agrochimica.

Tra i più importanti uno scambio di mail del 2000 in cui l’ex CEO della Monsanto Hugh Grant si complimenta con alcuni dipendenti per il successo nella pubblicazione dell’articolo “Safety Evaluation and Risk Assessment of the Herbicide Roundup and Its Active Ingredient Glyphosate” scritto da ghostwriter e firmato da Gary M. Williams, Robert Kroes and Ian C. Munro e pubblicato su Regulatory Toxicology & Pharmacology. In un’altra mail del 2015 resa pubblica in precedenza William Heydens, un dirigente Monsanto, parla dello stesso articolo e di come sia opera di ghostwriting. “Un’opzione sarebbe aggiungere Grem e Kier o Kirkland per avere i loro nomi sulla pubblicazione – scrive il dirigente – ma saremmo tenuti a mantenere bassi i costi facendo noi il lavoro di scrittura e loro farebbero solo l’editing e firmerebbero per così dire. Ricordo che è così che abbiamo gestito Williams, Kroes & Munro nel 2000”. L’attività di ghostwriting emerge anche in una mail in cui la funzionaria Lisa Drake ringrazia diversi dipendenti per aver “raccolto dati, scritto, revisionato e aver costruito la relazione con gli autori dell’articolo”.

L’importanza dell’articolo firmato da Williams, Koes e Munro nell’accreditare la sicurezza del glifosato è enorme. Dalla sua pubblicazione è stato citato più di 500 volte nella letteratura scientifica e, cosa più importante, l’EPA e altre agenzie di sicurezza si sono basate si di esso per le loro valutazioni sul glifosato.

Un altro filone della controversia giudiziaria sul glifosato sono i tentativi della Monsanto di screditare gli studi che ne mettono in discussione la sicurezza. In una mail tra il dottor Goldstein, dipendente Monsanto, e l’accademico Bruce Chassy si legge che l’azienda da anni gioca a “Schiaccia la talpa” con le ricerche che mettono in dubbio la sicurezza del glifosato. Un esempio di questa strategia è la nota vicenda dello studio Seralini che, a causa delle pressioni di molti accademici – buona parte dei quali sembrerebbe abbiano agito sollecitati dalla Monsanto – era stato prima ritirato nel 2013 dal direttore della rivista su cui era stato pubblicato e poi ripubblicato nel 2014 su un’altra rivista, con un evidente effetto di depotenziamento. Secondo i documenti resi pubblici ad aprile l’azienda teneva sotto controllo Seralini fin dal 2010. In uno scambio di mail tra dirigenti della Monsanto – tra cui David Saltmiras, William Heydens e Kevin Glenn, David Saltimiras scrive “i nostri commenti sono stati valutati dalla rivista Regulatory Toxicology & Pharmacology… la richiesta di pubblicazione di Seralini è stata rifiutata”; mentre Kevin Glenn ringrazia Heydens e si dice contento di vedere che abbiano funzionato gli sforzi almeno per ritardare la pubblicazione dello studio. Dunque Heydens sembrerebbe aver lavorato alla revisione tra pari dello studio nonostante il suo conflitto di interessi, visto che lavora al centro di sicurezza normativo del prodotto della Monsanto.

Dalle nuove carte emerge ancora una volta un quadro di totale assenza di trasparenza, che dovrebbe indirizzare le autorità di controllo verso una maggiore prudenza. Anche perché, da quanto emerge dai procedimenti in corso a San Francisco, il ruolo dell’EPA nella vicenda non è del tutto chiaro, visto che Jess Rowland, un suo dirigente incaricato di valutare uno studio sulla cancerogenità del glifosato realizzato dalla Agency for Toxic Substances and Disease Registry, è stato accusato di averlo ostacolato in accordo con la Monsanto.

Oltre che per le vicende giudiziarie il glifosato è sotto attacco anche perché sembra che la sua efficacia nel combattere le infestanti stia diminuendo. Una ricerca dell’Università dell’Illinois ha analizzato la resistenza al glifosato di circa 2000 campioni di canapa d’acqua e amaranthus palmeri provenienti da quasi 600 campi in 10 stati USA. I risultati hanno evidenziato una resistenza del 76,8% al glifosato. Lo stesso problema è stato denunciato dall’agricoltore David Nichols al Financial Times: i suoi campi sarebbero letteralmente invasi dall’amaranthus palmeri. “Ci basavamo solo sul glifosato – ha detto Nichols –. Stava facendo davvero un buon lavoro. Probabilmente ne abbiamo abusato e adesso ci ritroviamo con una completa resistenza”. Secondo il rapporto 2018 dell’International Survey of Herbicide Resistant Weeds sarebbero già 43 le specie di infestanti resistenti al glifosato in tutto il mondo.

Uno dei primi effetti di questa resistenza è un aumento delle dosi di diserbante necessarie per tentare arginare il problema delle infestanti, cosa che alla lunga favorirà maggiormente lo sviluppo di resistenze e metterà in pericolo la sopravvivenza dei raccolti. Il problema della resistenza è ancora più grave per quelle varietà OGM di soia, colza, cotone e mais create appositamente per resistere ai trattamenti con il glifosato: questo ha reso gli agricoltori quasi totalmente dipendenti dall’erbicida e, se questo perde efficacia, questi perderanno buona parte dei loro raccolti. La selezione naturale ha favorito le specie che sono state capaci di sviluppare resistenza al glifosato e ad altri pesticidi che adesso stanno proliferando. Ad aggravare la situazione, il fatto che da quando il glifosato e le sementi resistenti hanno conquistato il mercato, gli investimenti nella ricerca di prodotti in grado di fargli concorrenza si sono fermate e attualmente gli agricoltori stanno tornando ad utilizzare il dicamba, un erbicida più vecchio e più volatile, e quindi più pericoloso, del glifosato per mancanza di alternative.

Al di là di come la si pensi sull’uso dei pesticidi, dunque, investire su un modello di agricoltura che ne possa fare a meno sta diventando sempre più necessario. In attesa che la questione legata alla loro sicurezza per la salute trovi una risposta definitiva, non si può continuare a basarsi su un’agricoltura che non può farne a meno. La probabile pericolosità per l’uomo, gli animali e l’acqua, il progressivo impoverimento dei terreni e i fenomeni di resistenza sono tutti elementi che dovrebbero spingere sia gli agricoltori che l’industria agrochimica a cercare alternative più sostenibili se si ha a cuore il futuro dell’agricoltura.

 

Vincenzo Menichella

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Credits: Agostini Lab Srl