Gli integratori

10 Giugno 2019
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sostenibilità

Un indice di valutazione non di quanto stiamo acquisendo con il cosiddetto progresso, ma di quanto stiamo perdendo con lo stesso.

Durante i miei molteplici viaggi virtuali su internet, alcuni giorni fa sono inciampato su una locandina di un convegno, che sarà tenuto a breve, riguardo un approfondimento del valore sociale dell’integratore alimentare. E, riporto testualmente, qual è il suo ruolo in un modello di welfare sostenibile?

Queste frasi, anche se molto sintetiche, mi hanno solleticato la curiosità, la perplessità e la fantasia, facendomi continuare la ricerca. Ho scoperto velocemente che gli integratori alimentari sono normati dal Decreto Legislativo n. 169 del 21 maggio 2004, di cui l’articolo 2 riporta la definizione degli stessi come: i prodotti alimentari destinati ad integrare la comune dieta e che costituiscono una fonte concentrata di sostanze nutritive, quali le vitamine e i minerali, o di altre sostanze aventi un effetto nutritivo o fisiologico, in particolare ma non in via esclusiva aminoacidi, acidi grassi essenziali, fibre ed estratti di origine vegetale, sia monocomposti che pluricomposti, in forme predosate.

Continuando con le ricerche ho trovato, inoltre, che gli integratori alimentari, sono utilizzati da ben 32 milioni di italiani e trascinano le vendite delle farmacie.

Inoltre, il comparto degli integratori nel 2018 ha aumentato le vendite del 5,6% e ha portato il giro di affari annui a 2,8 miliardi di euro. Sempre questo comparto ha raggiunto una quota del 12% del fatturato complessivo delle farmacie.

Quindi non stiamo parlando di mode o acquisti improvvisati, ma di una categoria consolidata di cui un convegno si prefissa di valutarne in modo approfondito il valore sociale e il suo inserimento in un modello di welfare sostenibile. Inoltre, ho imparato che la prima volta che è stato utilizzato da un cliente un integratore, lo stesso è stato consigliato dal medico il 42% delle volte e dal farmacista il 32%.

Riassumendo e intersecando i dati trovati, si può affermare che 32 milioni di italiani hanno pensato di integrare la propria dieta con qualche “aiutino” e che nel 74% dei casi il consiglio è stato dato da un professionista, altamente preparato, della sanità. Quindi è ipotizzabile che non sia stato un “fai da te” provocato dal solito passaparola, dalla pubblicità o da un erborista avventuroso.

Continuando, sinceramente un po’ angosciato, su questa disamina posso concludere, guardando i numeri appena riportati, che oltre 23 milioni di italiani, secondo dei professionisti qualificati della sanità, hanno una dieta inadeguata, che è necessario integrare con degli opportuni estratti o correttivi.

Questo, se ci pensate bene è un’informazione molto significativa, che mi piacerebbe comprendere, senza, ovviamente, mettere in discussione la necessità o meno dell’utilizzo degli integratori stessi. Non è, ci tengo a sottolineare, sotto analisi la loro qualità o l’effettiva necessità dell’uso degli stessi, ma unicamente la motivazione del loro utilizzo, che è, come abbiano visto sempre più in aumento, a tal punto che riescono a muovere miliardi di euro di fatturato.

Le ipotesi sono molteplici. O le intolleranze alimentari sempre in aumento delle persone, che provocano delle patologie della nutrizione e rende necessario l’utilizzo di integratori. O il desiderio compulsivo di ingurgitare delle pillole di qualsiasi tipo che sfocia nell’utilizzo di sostanze apparentemente non coinvolgenti sia emotivamente che moralmente. O la qualità intrinseca degli alimenti, che sta calando sempre di più e stanno diventando unicamente dei fornitori di calorie senza altro supporto nutraceutico.

Io sono propenso, vista la mia esperienza di certificatore, a credere soprattutto in quest’ultima ipotesi. E ne sono convinto perché conosco la drammatica situazione della qualità dei prodotti alimentari, nelle normali linee di mercato. Paradossalmente, l’incremento della richiesta di integratori può diventare un indice di valutazione non di quanto stiamo acquisendo con il cosiddetto progresso, ma di quanto stiamo perdendo con lo stesso.

D’ora in poi sarà assolutamente prioritario volere conoscere, in modo approfondito, tutte le informazioni che riescano a far valutare, nell’acquisto, la qualità reale dei prodotti.

Anche nelle innumerevoli trasmissioni di cucina, in cui tutti si sentono dei grandi portatori di informazioni essenziali, si sta incominciando a valutare il cibo ottenuto non come una miscellanea di materie prime per trovare la composizione ottimale al raggiungimento degli obiettivi organolettici, ma anche le caratteristiche intrinseche delle materie prime che portano un valore aggiunto al prodotto finito.

Per ora lo scopo è spesso limitato a quello di valorizzare la provenienza geografica degli ingredienti, con gli opportuni contorni di sapori. L’obiettivo reale, però, dovrà essere quello di entrare con le informazioni nel mondo della nutraceutica, non per evitare la commercializzazione degli integratori, ma perché una corretta alimentazione riesce a renderli importanti solo nei casi in cui effettivamente siano necessari.

Altrimenti l’immagine, che si riteneva fantascientifica, delle pillole che andavano a sostituire il cibo, diventerà realtà. Siamo già sulla buona strada, ci cibiamo oramai di sostanza organica inerte sopra la quale si trovano delle miscele di grassi, proteine e zuccheri, con qualche spruzzata di calorie. Una sostanza inerte, esattamente come, da qualche anno, è la condizione del terreno agricolo e del mangime per gli allevamenti zootecnici. 

Alberto Bergamaschi

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Credits: Agostini Lab Srl