Gli emulsionanti e la flora intestinale

2 Agosto 2017
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sostenibilità

Presenti in molti alimenti di uso comune interferiscono con i batteri intestinali, facilitando l’insorgere di infiammazioni.  Gelati, budini, carni lavorate, frullati, gomma da masticare, latte di soia, pietanze da forno industriali questi sono solo alcuni dei prodotti che contengono emulsionanti per dare stabilità alle loro preparazioni. Gli emulsionanti sono additivi alimentari capaci di evitare la separazione degli ingredienti che compongono gli alimenti e ne aiutano la conservazione. Sono identificati da sigle che vanno da E400 a E499 e il loro impiego nell’industria del cibo è molto diffuso, ma alcune ricerche recenti mettono in dubbio la loro sicurezza, soprattutto per la loro interazione con il microbiota intestinale. Ovvero l’insieme di mircroorganismi che vivono all’interno del nostro apparato digerente, influendo su diversi aspetti della nostra salute poiché fungono da barriera contro gli agenti patogeni, regolano il metabolismo, favoriscono la sintesi della vitamina K, possono favorire o contrastare l’insorgenza di alcune malattie. 

Tra gli emulsionanti più utilizzati finiti sotto la lente di ingrandimento dei ricercatori ci sono: la carragenina (E407), la carbossimetilcellulosa (E466), il polisorbato 80 (E433) i derivati del poliossietilene (da E430 a E439).

Uno studio pubblicato su Nature a cura del biologo Andrew Gewirtz, professore all’Istituto delle scienze biomediche dell’Università statale della Georgia, ipotizza che gli emulsionanti contribuiscano alla crescente incidenza di obesità, sindrome metabolica e disturbi da infiammazioni croniche dell’intestino. L’analisi prende in considerazione gli effetti della carbossimetilcellulosa (E466) e del polisorbato 80 (E433) sulla flora intestinale. Secondo i ricercatori queste due sostanze sono in grado di modificare il microbiota intestinale alterando la sua espressione genica: questo facilita l’insorgere di fenomeni infiammatori e della sindrome metabolica.

I ricercatori dell’Università della Georgia hanno dimostrato che le due sostanze prese in considerazione hanno agito sul microbiota aumentando il suo potenziale infiammatorio, come dimostrato dall’aumento dei livelli di flagellina, sostanza capace di attivare la reazione infiammatoria da parte del sistema immunitario. La carbossimetilcellulosa ha provocato un veloce aumento della flagellina determinato dalla modifica dell’espressione genica del microbiota, mentre nel caso del polisorbato 80 l’aumento della flagellina è più lento e associato a un’alterazione delle specie batteriche che compongono il micobiota. Secondo Gewirtz la reazione infiammatoria, inoltre, andrebbe a diminuire il senso di sazietà portando alla sovralimentazione, fomentando così una sorta di circolo vizioso nell’introduzione di emulsionanti nell’organismo.

Un altro emulsionante sotto accusa per i suoi effetti sul microbiota è la carragenina. Già qualche anno fa il Cornucopia Institute, un’organizzazione no profit statunitense che si occupa di sicurezza alimentare e alimentazione biologica, aveva promosso una petizione per eliminare la carragenina, sospettata di irritare l’intestino e provocare infiammazioni dell’apparato digerente. Uno studio del 2012, guidato da Alip Borthakur, ricercatore del dipartimento di Medicina dell’Università dell’Illinois, sembra confermare questi dubbi. L’analisi ha, infatti, dimostrato come la carragenina stimoli i recettori dell’immunità innata dell’organismo, innescando una reazione difensiva che espone le cellule epiteliali dell’intestino a ripetuti stimoli infiammatori che nel tempo diventano cronici.

Quello che sembra davvero sorprendente è che questi emulsionanti siano considerati sicuri –ad esempio dalla Food and Drugs Administration, che li accetta senza prevedere un esame prima della loro commercializzazione; mentre la Commissione Europea nel 2003, ha imposto, ad esempio, un limite del 5% di presenza della carragenina quando usata come additivo – e, soprattutto, che siano presenti anche in cibi considerati salutari, come le linee gluten-free, senza derivati del latte, a ridotto apporto di grassi e persino biologiche.

Un primo segnale incoraggiante di maggior attenzione agli effetti di queste sostanze è la decisione dello scorso novembre del National Organic Standards Board che ha stabilito di rimuovere, a partire dal novembre 2018, la carragenina dall’elenco di sostanze approvate per l’uso alimentare certificate come biologiche dall’istituto statunitense. Mark Kastel, condirettore del Cornucopia Institute – che aveva promosso una petizione contro l’uso della carragenina – ha commentato così la decisione del Board: “La nostra organizzazione è rincuorata dalla decisione del National Organic Standards Board di proteggere la reputazione della certificazione biologica. La decisione mette in evidenza il potere che hanno i consumatori del biologico sul mercato quando decidono di diventare attivi e votare con il loro portafogli”.

Resta da stabilire se sia possibile assicurare la sicurezza degli emulsionanti. Maricel Maffini, co-autore di una ricerca del 2013 che mostra come negli Stati Uniti nel’80% dei casi manchino adeguate informazioni sui test di sicurezza effettuati sulle sostanze chimiche approvate per uso alimentare, suggerisce di sottoporre gli additivi e gli alimenti a verifiche periodiche per evitare che la quantità di emulsionanti che finiscono sulla tavola dei consumatori sia sottostimata. Anche Andrew Gewirtz mette l’accento sui controlli e sottolinea come gli additivi che la Food and Drugs Administration classifica come G.R.A.S (genericamente considerati sicuri) in realtà non siano sottoposti a test pre-commercializzazione e propone di adottare il suo modello come strumento per testare gli effetti degli additivi sul microbiota.

vincenzo menichella

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Credits: Agostini Lab Srl