Fanghi, il decreto delle sorprese

22 ottobre 2018
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sostenibilità

Un articolo del decreto Genova aumenta i limiti per gli di idrocarburi. Un emendamento quello per le diossine. 

Conteneva una brutta sorpresa per l’ambiente il decreto Genova, approvato lo scorso 28 settembre per affrontare l’emergenza dopo il crollo del ponte Morandi. L’articolo 41 ha infatti inserito disposizioni urgenti sulla gestione dei fanghi di depurazione “nelle more di una revisione organica della normativa di settore” che stabiliscono un nuovo limite – molto più alto – per gli idrocarburi di tipo C10-C40 che possono essere contenuti in questi fanghi. Finora l’utilizzo in agricoltura dei fanghi di depurazione derivanti da acque reflue era regolato dal decreto legislativo 152 del 2006, che stabilisce come limite 50 milligrammi per chilo di terreno, un limite confermato dalla sentenza numero 27958 della Corte di Cassazione Penale datata 6 giugno 2017. L’articolo 41 del decreto, invece, innalza questo limite di 20 volte portandolo a 1000 milligrammi per chilo.

Tra i primi ad accorgersi della norma nascosta nel decreto il verde Angelo Bonelli. “Il ministro Toninelli – ha scritto su facebook il leader dei Verdi – ha inserito nel decreto sul ponte Morandi di Genova una norma all’art. 41 che aumenta i limiti di idrocarburi pesanti C10-C40 di 20 volte. Toninelli che dice di aver scritto con il cuore il decreto sferra un attacco senza precedenti all’ambiente, alla sicurezza della catena alimentare del nostro paese, perché con questi valori aumentati si determinerà una contaminazione delle falde e delle matrici alimentari”. Bonelli ha successivamente annunciato la presentazione di un esposto alla Commissione Europea ed evidenziato una situazione paradossale creata da questa norma: ci saranno più idrocarburi nei suoli agricoli che in quelli soggetti a discariche o contaminati  da produzioni industriali che hanno un limite di 500 milligrammi per chilo, la metà dei limiti che il decreto prevede per quelli agricoli. Un altro problema sollevato da Bonelli riguarda i controlli sul rispetto dei parametri che hanno presentato diverse criticità.

La replica del ministro delle infrastrutture non si è fatta attendere. “Durante tutta l’estate si sono accumulate queste sostanze – ha detto Toninelli per giustificare il ricorso al decreto – a causa della sentenza del Tar Lombardia e dei ricorsi a corollario. Detto ciò il collega Sergio Costa è già al lavoro per un decreto ministeriale migliorativo”. Il ministro dell’ambiente Costa ha confermato in un lungo post su facebook la necessità di agire con urgenza e le complicata sovrapposizione di sentenze sull’argomento fino alla delibera della Cassazione che ha espresso la necessità di intervenire con una nuova norma. 

“La mia intenzione era modificare il testo (predisposto dall’ex ministro Galletti) per renderlo più coerente – ha continuato Costa – con le esigenze di tutela della salute, ma i tempi erano stretti ed è stato necessario trovare un accordo all’interno della maggioranza per potere superare l’emergenza. L’alternativa sarebbe stata quella di lasciare un limite imposto dalle sentenze che, allo stato attuale, nessun gestore sarebbe in grado di rispettare con il risultato di accumulare pericolosamente i fanghi con la speranza di individuare soluzioni alternative come la discarica o gli inceneritori. Per non parlare del rischio del blocco dei depuratori. Sono consapevole che non sia stata la mediazione migliore ma quel testo inserito in quel decreto adesso arriva in Parlamento e può essere migliorato, e io ne sarei ben lieto”.

Costa ha poi aggiunto che il Ministero sta già lavorando al nuovo decreto che avrà valori più rigorosi, anche se i tempi tecnici non permetteranno di emanarlo prima di qualche mese. Ha difeso la norma anche la sottosegretaria all’Ambiente Vannia Gava che ha ricordato come i limiti siano stati validati dall’Istituto Superiore di Sanità e chiarito che non c’è stato alcuno scontro tra le forze politiche di maggioranza, mentre dalle dichiarazioni del ministro sembrava emergere una tensione che ha portato ad un accordo al ribasso.

“Per regolamentare questa materia serve un dibattito serio – ha contestato dalle pagine di Repubblica Paolo Cossu, docente di ingegneria ambientale all’Università di Padova – Non si possono aumentare o diminuire i limiti in maniera arbitraria, senza studi e analisi di supporto. È un metodo che rafforza le preoccupazioni e rende più difficile costruire un sistema di regolamentazione efficace”. Secondo Patrizia Gentilini dell’ISDE con l’applicazione di questa norma nel giro di tre anni si finirebbe per spargere circa 75 chili di idrocarburi per ettaro di terreno agricolo, senza alcuna distinzione tra idrocarburi che arricchiscono il terreno e idrocarburi che lo inquinano. L’utilizzo dei fanghi in agricoltura è consentito a patto che ci sia un sistema di controlli capace di separare il riciclo delle acque reflue urbane da quello degli scarichi industriali che possono contenere sostanze tossiche. A riguardo mercoledì 17 ottobre il ministro Costa, ospite a Zapping su Radio Uno, ha rassicurato che i fanghi di cui si occupa il decreto non sono fanghi industriali ma domestici e che questi non sono inquinanti, ribadendo questa è una soluzione per affrontare il problema nell’immediato.

Nonostante le rassicurazioni del ministro dell’Ambiente sulla composizione dei fanghi però continuano le sorprese contenute dal decreto. Nella serata del 18 ottobre è stato presentato un emendamento all’articolo 41 che prevede che nei fanghi possano essere presenti PCDD e PCDF (diossine), PCB (policlorobifenili), Toluene, Selenio ed IPA (idrocarburi policiclici aromatici) in quantità elevatissime rispetto a quanto previsto dal Dlgs 152/2006. Nel dettaglio per il Toluene è previsto un limite di 200 volte maggiore, passando da 0,5mg per KG a 100, per il Selenio il limite è alzato di 3 volte e passa da 3 mg per kg a 10,  per i PCB  passa da 0,06 a 0,08 mg per Kg e viene alzato di 13,3 volte, per i Pcdd/Pcdf (diossine) il limite passa da 10 ng per kg a 25, ben 2,5 volte maggiore. Attraverso i fanghi si accumuleranno quindi sui terreni destinati all’agricoltura diossine, PCB e microinquinanti tossici trasformando nel tempo quei terreni in aree da sottoporre a bonifica e contaminando le matrici ambientali, le falde acquifere e la catena alimentare. 

Se questo innalzamento dei limiti dovesse essere confermato, di fatto, saremmo di fronte ad un vero e proprio smaltimento di fanghi tossici sui terreni agricoli. Se, come dice il ministro Costa, si tratta di fanghi domestici è inspiegabile aumentare la presenza di elementi solitamente non presenti nei fanghi di derivazione domestica. I fanghi contengono questi inquinanti anche a causa del funzionamento degli impianti di depurazione, in particolare in Lombardia, la regione da cui nasce l’emergenza che il decreto intende affrontare: la procura di Milano ha messo sotto sequestro tre impianti con l’accusa di traffico illecito di rifiuti, ipotizzando che circa 8000 tonnellate di fanghi non opportunamente trattati siano già finite nei campi lombardi.

Una decisione del genere è in pieno contrasto con il principio di precauzione sancito nel 1992 a Rio e recepito dalla legislazione Europea e Nazionale, considerato che al momento non c’è nessuna evidenza scientifica che i limiti stabiliti gli idrocarburi e le altre sostanze consentite dagli emendamenti non presentino una minaccia per la salute e l’ambiente.

In questo quadro ancora in via di definizione, una buona notizia è rappresentata dal fatto che in agricoltura biologica l’utilizzo di fanghi derivanti da processi di depurazione di acque reflue sia civili che industriali è vietato. 

vincenzo menichella

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Credits: Agostini Lab Srl