Efsa: il glifosato è un problema politico

27 Maggio 2019
|
sostenibilità

In un’intervista Bernhard Url afferma che è sicuro ma che la decisione spetta alla politica

Da quando si è perfezionata la fusione Bayer Monsanto, la controversia scientifica, economica e politica sul glifosato sta diventando una questione soprattutto europea. Già prima della conclusione dell’acquisizione la procedura di rinnovo della licenza era stata a lungo in stallo, finché il clamoroso cambio di rotta della Germania nel novembre del 2017 aveva permesso come soluzione di compromesso il rinnovo fino al 2022. Se fino a quel momento nell’Unione Europea si era aggreagato un fronte contrario al rinnovo dell’autorizzazione capitanato da Francia e Italia, dopo quella decisione ha iniziato a sfaldarsi e anche l’atteggiamento verso il glifosato di questi paesi ha iniziato a diventare meno intransigente. Ora che la multinazionale che possiede il glifosato ha sede in Europa è facile immaginare che le pressioni sulle politiche comunitarie per un regime più permissivo si faranno più forti quando alla fine del 2019 inizierà l’iter per il rinnovo della licenza che questa volta potrebbe essere più lunga.

È in questa cornice che si inserisce la recente intervista che il direttore esecutivo dell’EFSA Bernhard Url ha rilasciato a Gerardo Fortuna per Euractive.com. Secondo il dirigente dell’agenzia per la sicurezza alimentare europea la comunicazione è la chiave per affrontare il problema. A suo avviso tutti sottostimiamo il potere emozionale del glifosato. “Il glifosato è diventato il simbolo di qualcosa in più – afferma URL –: non riguarda più gli erbicidi, ma il modo in cui facciamo agricoltura in Europa, la scomparsa degli insetti e degli impollinatori, la globalizzazione del commercio e la biodiversità. Questo si può affrontare con una comunicazione corretta ma anche con una ragionevole distinzione fra ciò che è politica e ciò che è scienza. Per esempio, la gente è rimasta sorpresa quando ha trovato il glifosato nelle urine dei propri figli. Ma questa è una questione politica: se usiamo il glifosato lo troveremo, perché i metodi di analisi moderni sono così precisi che si può trovare qualsiasi cosa. Se non si vogliono trovare tracce di glifosato […] bisogna parlare del suo uso non della sua sicurezza. Tutte le tracce che sono state trovate non destano alcuna preoccupazione e tutte le altre agenzia di sicurezza al mondo hanno affermato che è sicuro, se usato correttamente. Ma questo non significa che deve essere usato”. “Quello che mi auguro – continua Url – per la prossima riautorizzazione del glifosato è che ci sia anche una valutazione di cosa significherebbe per la biodiversità, l’acqua, i guadagni dei contadini, i prezzi e la disponibilità di cibo, se il glifosato e gli erbicidi non saranno più usati”.

Come interpretare parole simili? Da un lato il direttore dell’EFSA sembra riconoscere l’esistenza di una questione legata alla sicurezza e alla trasparenza, dall’altra, quando dice che le agenzia di sicurezza considera il glifosato sicuro e quando si augura che il prossimo procedimento di autorizzazione tenga conto di come cambierebbe l’agricoltura senza, sembra schierarsi in favore del glifosato. Quello che, però, il discorso di Url non sembra cogliere è che questa distinzione tra politica e scienza è spesso venuta a mancare nella questione glifosato. Un corretto rapporto tra politica e scienza vorrebbe la seconda al servizio della prima per favorire decisioni quanto più informate possibili. Nella vicenda glifosato, però, l’interesse commerciale ha spesso manovrato per alterare questo rapporto.

Dall’esplosione del caso dei Monsanto Papers e dalle inchieste giudiziarie in corso negli USA, sono diventati di pubblico dominio i tentativi del colosso dell’agrochimica di influenzare la ricerca scientifica e l’opinione pubblica, ultima rivelazione in ordine di tempo la lista, scoperta da Le Monde, con cui la multinazionale aveva schedato politici, giornalisti e scienziati per le loro posizioni critiche sull’erbicida. Lo stesso rapporto dell’EFSA del novembre del 2015, che ha rivisto la valutazione dell’agenzia sulla cancerogenità del glifosato, risulta copiato per circa un centinaio di pagine dai documenti della Monsanto.

Se, dunque, come afferma il direttore dell’EFSA, c’è una questione emozionale legata al glifosato, ciò dipende anche dalla mancanza di trasparenza che vicende simili hanno fatto percepire all’opinione pubblica. Va inoltre sottolineato che gli attuali standard legali per il glifosato e altri pesticidi non tengono conto dell’evoluzione della ricerca a riguardo. Secondo le indicazioni di nuove ricerche la sicurezza delle dosi legali non va data per scontata e inoltre queste spesso non tengono conto degli effetti sulla salute dell’esposizione nel lungo periodo e di quella ad agenti multipli.

Quando Url afferma che la decisione sull’uso glifosato è una questione politica, però, ha ragione. Spetta infatti alla politica stabilire con quali regole fare agricoltura. E dalle scelte della politica europea dipenderà se l’agricoltura in questo continente si svilupperà in modo sostenibile o meno. Per questo è importante che nel processo di rinnovo della licenza del glifosato in Europa, che prenderà il via il 15 dicembre del 2019, gli equilibri tra ricerca scientifica, politica e interessi commerciali siano ben chiari e sarebbe un bene che a orientare la discussione sia il principio di precauzione stabilito dall’articolo 191 del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea.

 

                                                                                                                               Vincenzo Menichella

Tags: , , , , , , , ,
Banner Content
Credits: Agostini Lab Srl