Corte Europea, l’EFSA apra gli archivi sul glifosato

8 Marzo 2019
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sostenibilità

La sentenza obbliga l’agenzia a pubblicare per intero gli studi per stabilire la dose giornaliera

Il dibattito sulla sicurezza del glifosato si arricchisce di un altro capitolo. Una sentenza della Corte Europea di Giustizia su due cause riunite (T-716/14 Tweedale contro EFSA e T-329/17 Hautala e altri contro EFSA) annulla la decisione dell’EFSA di negare l’accesso agli studi di tossicità e cancerogenità del glifosato, come avvenuto finora, e chiede all’agenzia europea a rendere accessibi gli studi ad eccezione dei nomi e delle firme delle persone menzionate.

Nel 2014 Anthony Tweedale, aveva fatto richiesta di accesso agli studi di tossicità utilizzati per stabilire la dose giornaliera ammissibile in base al regolamento 1049/2001. Fino alla sentenza del 7 marzo scorso l’EFSA aveva negato l’accesso agli studi motivando la decisione con la difesa degli interessi commerciali e della proprietà intellettuale, a norma dell’articolo 4, paragrafo 4, e dell’articolo 2, dello stesso regolamento 1, secondo il quale potevano essere considerati riservati. Per l’agenzia, infatti, la rivelazione degli studi avrebbe rivelato il know-how in materia di competenze scientifiche e la strategia commerciale dei loro proprietari. L’articolo 4, paragrafo 2, del regolamento 1049/2001 prevede, in effetti, il rifiuto di divulgazione nel caso questa “arrechi pregiudizio alla tutela degli interessi comerciali, compresa la proprietà intellettuale”, ma nell’ultimo comma sottopone il rifiuto alla prevalenza di un interesse pubblico alla divulgazione. Interesse pubblico ribadito anche dal regolamento 1367/2006 che, citato nella sentenza, recita: “Le eccezioni previste dal regolamento 1049/2001 dovrebbero trovare applicazione, fatte salve eventuali disposizioni più specifiche del presente regolamento in materia di richieste di informazioni ambientali. Le motivazioni di rifiuto per quanto riguarda l’accesso alle informazioni ambientali dovrebbero essere interpretate in modo restrittivo, tenendo conto dell’interesse pubblico che le rivelazioni di dette informazioni persegue e valutando se le informazioni richieste riguardano le emissioni nell’ambiente”.

Il regolamento 1049/2001 è volto […] a conferire al pubblico un diritto di accesso il più ampio possibile ai regolamenti delle istituzioni – si legge nella sentenza –. Analogamente il considerato 15 del regolamento 1367/2007 […] è volto a garantire la più ampia possibile disponibilità e diffusione sistematica delle informazioni ambientali in possesso delle istituzioni e degli organi dell’Unione”. Trovatasi a bilanciare la difesa degli interessi commerciali e la proprietà intellettuale con l’interesse pubblico a conoscere i documenti e le informazioni ambientali in possesso delle istituzioni, la Corte ha stabilito che a prevalere deve essere quest’ultimo.

Un’altra delle motivazioni con cui l’EFSA aveva giustificato il rifiuto alla divulgazione riguardava il fatto che gli studi mirati a stabilire la dose giornaliera ammissibile non contenessero informazioni riguardanti le emissioni nell’ambiente effettive o presunte, né gli effetti di tali emissioni, e che pertanto la loro divulgazione non è da considerare di interesse pubblico come previsto dal considerato 15 del regolamento 1367/2006. Tuttavia, fa notare la Corte “la nozione di ‘informazioni riguardanti emissioni nell’ambiente’ non può limtarsi alle informazioni attinenti alle emissioni effettivamente rilasciate nell’ambiente durante l’applicazione del prodotto […] rintrano in tale nozione anche le informazioni sulle emissioni prevedibili della sostanza in questione nell’ambiente in condizioni normali o realistiche di utilizzo. Sebbene l’immissione in commercio di un prodotto o di una sostanza non sia sufficiente, in generale, per considerare che [questa] sarà rilasciata nell’ambiente – si legge nella sentenza – la situazione è diversa laddove si tratti di un prodotto o sostanza […] che nell’ambito di un utilizzo normale, sono destinati ad essere liberati nell’ambiente a motivo della loro stessa funzione”. Dunque trattandosi di un prodotto destinato ad essere irrorato, le emissioni nell’ambiente non sono da considerarsi ipotetiche.

Va ricordato che nell’annoso dibattito sulla cancerogenità del glifosato da un lato lo IARC considera la sostanza tra quelle probabilmente cancerogene, mentre l’EFSA la considera sicura. La licenza di utilizzo dei prodotti a base di glifosato è stata recentemente rinnovata per l’Unione Europea, nonostante nessuno al momento possa considerare con certezza che il glifosato sia sicuro. Considerato che l’EFSA è già stata coinvolta nel caso dei Monsanto Papers (in cui si ipotizza che alcuni scienziati si siano prestati a firmare a proprio nome dei report preparati dalla Monsanto) e in quello che la accusa di aver copiato nei suoi rapporti di sicurezza sul glifosato parti della richiesta di rinnovo dell’autorizzazione compilata da Monsanto, la sentenza della Corte di Giustizia Europea che obbliga l’agenzia a una maggiore trasparenza è un grosso passo avanti nella tutela dell’interesse pubblico a conoscere i dettagli di questa controversia.

Vincenzo Menichella

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Credits: Agostini Lab Srl