Contro le gabbie in allevamento

18 ottobre 2018
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sostenibilità

Anche in Italia la raccolta di firme che chiede alla Commissione Europa lo stop alle gabbie.

Dopo essere stata presentata il 25 settembre scorso a Bruxelles, da martedì 16 ottobre è attiva anche in Italia la petizione “End the Cage Age”, che si propone di mettere fine all’epoca delle gabbie per gli allevamenti animali. A organizzare la petizione sono 130 associazioni distribuite in 24 Paesi. In Italia il lancio ufficiale è avvenuto alla presenza del ministro della Salute Giulia Grillo, che ha sottoscritto l’appello.

Sono 19 le associazioni animaliste e ambientaliste italiane che sostengono la campagna: Amici della terra Italia, Animal Aid, Animal Equality, Animal Law, Animalisti Italiani, CIWF Italia Onlus, Confconsumatori, ENPA, Il Fatto Alimentare, LAC – Lega per l’abolizione della caccia, LAV, Legambiente, Lega Nazionale per la Difesa del Cane, LEIDAA, Jane Goodall Institute Italia,OIPA, Partito Animalista, Terra Nuova, Terra! Onlus.

La raccolta di firme è diretta alla Commissione Europea attraverso l’istituto dell’Iniziativa dei Cittadini Europei, con il quale i cittadini possono proporre iniziative e modifiche legislative nelle materie di competenza della Commissione, e ha già superato le 100.000 adesioni. Adesso l’obiettivo è raggiungere un milione di firme in almeno sette Paesi membri entro i 12 mesi dalla sua presentazione, dopodichè verrà presentata alla Commissione, che avrà tre mesi di tempo per adottare una risposta formale con le azioni che intende intraprendere e poi avviare l’iter legislativo al Parlamento Europeo.

Obiettivo della raccolta di firme è bloccare in Europa l’allevamento in gabbia che, nel nostro continente, riguarda circa 300 milioni di capi. In Europa il 97% dei conigli, il 62% delle galline e il 94% delle scrofe sono allevati in gabbia. E la situazione è la stessa per i polli da carne, vitelli, quaglie, anatre e oche. In Italia sono ancora allevati in gabbia circa 24 milioni di conigli, 21 milioni di galline, 24 milioni di conigli, 5 milioni di quaglie e 500 mila scrofe.  

“Gli animali allevati in gabbia sono soggetti a enormi sofferenze – spiega la CIWF Italia Onlus – perché sono severamente limitati nei loro movimenti e viene loro impedito di esprimere quasi tutti i comportamenti naturali”. Gli spazi per gli animali allevati in modo intensivo sono veramente molto ristretti e sovraffollati, gli animali molto spesso non hanno lo spazio per stare a contatto e accudire i cuccioli o semplicemente di stendere le ali, muoversi e fare i loro bisogni lontano dal posto dove dormono. Lo stress a ci sono sottoposti gli animali porta anche ad episodi di autolesionismo e cannibalismo. “L’articolo 13 del trattato di Lisbona definisce gli animali esseri senzienti – ha dichiarato l’eurodeputata 5 stelle e Eleonora Evi – Per questo è nostro compito tutelarli”.

Ma non è solo il benessere degli animali ad animare i promotori dell’iniziativa. Gli allevamenti intensivi sono una pesante fonte di inquinamento delle acque e del suolo, mentre la stessa qualità dei prodotti è influenzata dal benessere animale. Le condizioni di sovraffollamento, inoltre, sono causa di pessime condizioni igieniche, il che porta ad un largo uso di medicinali per evitare infezioni. Secondo i dati dell’EFSA il 71% degli antibiotici venduti in Italia viene somministrato negli allevamenti. Il nostro paese è tra i maggiori utilizzatori in Europa, preceduto solo da Spagna e Cipro, li usiamo tre volte più della Francia e cinque volte più del Regno Unito. Gli antibiotici usati in allevamento oltre a finire nei nostri piatti sono la principale causa dell’antibiotico-resistenza, che provoca ogni anno, solo nell’Unione Europea, oltre 25 mila morti e una spesa sanitaria di circa un miliardo e mezzo di euro.

L’OMS ha definito l’antibiotico-resistenza una delle maggiori minacce per la salute globale e sostiene che se non si corre ai ripari potrà causare fino a 10 milioni di morti entro il 2050. Nel 2017 l’organizzazione ha diffuso delle linee guida per affrontare l’emergenza, che si possono riassumere in quattro principali raccomandazioni: la riduzione globale dell’uso di antimicrobici importanti nella medicina umana, inclusi antibiotici e antifungini; non utilizzarli per favorire la crescita degli animali da allevamento; non utilizzare gli antimicrobici destinati alla medicina umana nella prevenzione delle malattie animali; non utilizzare quelli che sono considerati “particolarmente importanti” per l’uomo nella cura degli animali, anche di fronte a un infezione diagnosticata. Alla base di questo vademecum la revisione sistematica pubblicata da The Lancet Planetary Health nel 2017, secondo la quale aver limitato l’uso degli antibiotici negli animali di allevamento ha portato ad una riduzione del 39% dello sviluppo di batteri resistenti agli antibiotici.

Secondo Coldiretti il consumo di carne pro capite è di 79 chili all’anno e la maggior parte proviene da allevamenti intensivi, perciò fermando l’uso delle gabbie nell’allevamento, anche se di animali comunque destinati ad essere mangiati, non è solamente una battaglia degli animalisti, dei vegetariani o dei vegani, ma riguarda da vicino la salute di tutti noi. 

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Credits: Agostini Lab Srl