Carne bio contro gli antibiotici

22 novembre 2018
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BIOLOGICO

L’abuso di antibiotici nell’allevamento minaccia la loro efficacia. Dal bio una soluzione

Mangiare carne biologica, o con alti standard di benessere animale, per combattere l’antibiotico-resistenza. A suggerirlo è la professoressa Dame Sally Davies, capo del Chief Medical Officer inglese, la più importante struttura di consulenza sanitaria del governo britannico.

 

Lo sviluppo di batteri sempre più resistenti agli antibiotici può portare a quella che la studiosa inglese definisce una vera e propria “apocalisse”. Solo in Europa, secondo i recenti dati pubblicati su the Lancet a cura dell’ European Centre for Disease Prevention and Control, sarebbero circa 33.000 le persone decedute nel 2015 a causa di infezioni resistenti alle cure; mentre sono state oltre 670 mila le infezioni riscontrate. Il 39% dei decessi, inoltre, è legato a infezioni resistenti anche agli antibiotici di ultima generazione, calibrati sui ceppi più resistenti. Quando la loro efficacia sarà esaurita, curare alcuni pazienti sarà molto difficile, se non impossibile. Alcune analisi, se la situazione non dovesse cambiare, stimano oltre 10 milioni di morti all’anno a partire dal 2050.

 

Se il fenomeno non viene contrastato efficacemente malattie gravi e meno gravi, oggi curate grazie alle terapie antibiotiche, potrebbero tornare ad essere mortali. Ma gli antibiotici servono anche a prevenire le infezioni, nelle operazioni chirurgiche o per evitare le crisi di rigetto nei trapianti. Lo stesso parto potrebbe diventare molto più pericoloso. Ad aggravare la situazione, la difficoltà a scoprire nuovi antibiotici in grado di contrastare i batteri più resistenti, il che significa che i pochi nuovi farmaci devono essere usati con cautela.

 

Una delle principali cause scatenanti dell’antibiotico-resistenza è l’allevamento intensivo. In molti paesi circa l’80% del consumo totale di antibiotici – molto spesso gli stessi utilizzati per la cura degli uomini – è destinato all’allevamento. In buona parte non sono utilizzati su capi ammalati, ma su quelli sani sia a scopo preventivo sia per favorirne la crescita: una pratica deleteria per lo sviluppo di batteri resistenti. Se si considera che, secondo i dati dell’OMS, circa il 60% delle malattie infettive che colpiscono gli essere umani hanno origine animale, è evidente quanto sia pericoloso continuare a condurre gli allevamenti intesivi con questi metodi. Va inoltra considerato che i residui dell’uso degli antibiotici arrivano poi nell’ambiente attraverso gli scarichi delle deiezioni degli animali.

 

Non a caso l’OMS nel 2017 è intervenuta presentando nuove linee guida sull’utilizzo degli antibiotici in allevamento che prevedono: la riduzione globale dell’uso di antimicrobici importanti nella medicina umana, inclusi antibiotici e antifungini; non utilizzarli per favorire la crescita degli animali da allevamento; non utilizzare gli antimicrobici destinati alla medicina umana nella prevenzione delle malattie animali; non utilizzare quelli che sono considerati “particolarmente importanti” per l’uomo nella cura degli animali, anche di fronte a un infezione diagnosticata.

 

È per questi motivi che la professoressa Davies spera che i consumatori riescano a fare abbastanza pressione sui produttori da indurre l’industria della carne a cambiare orientamento. “Io sto mangiando meno carne – ha dichiarato al Times di Londra la Davies – e voglio che gli animali siano allevati in condizioni benessere, che vuol dire meno antibiotici. Senza un cambio repentino, siamo a rischio di un ritorno a un’età buia della medicina, nella quale comuni procedure che diamo per scontate possono diventare troppo pericolose da intraprendere e condizioni adesso trattabili un rischio per la vita. Per scenario apocalittico intendo che se nei prossimi vent’anni avrò bisogno di una nuova protesi all’anca potrei morire per una comune infezione perché siamo a corto di antibiotici efficaci”.

 

La riduzione dell’uso di antibiotici in allevamento si è già dimostrata efficace. Secondo uno studio pubblicato su Lancet la loro riduzione in allevamento ha già prodotto come risultato un calo del 39% dello sviluppo di batteri resistenti agli antibiotici negli animali così trattati. Ma, per quanto opportuna, questa soluzione potrebbe non bastare a fronteggiare il problema. Come segnala Ciwf Italia la carne e le uova definite “senza antibiotici” non sono del tutto estranee a questa dinamica. Innanzitutto perché gli antibiotici potrebbero essere sostituiti con altri farmaci, come nel caso del disciplinare per i polli che ammette l’uso di altri antimicrobici come i coccidiostatici ionofori, che se usati su larga scala possono produrre lo stesso fenomeno di resistenza. Inoltre la dicitura “senza l’uso di antibiotici negli ultimi 4 mesi” – spesso presente sulle confezioni – è fuorviante; in primo luogo perché è molto frequente che negli allevamenti intensivi i capi non siano trattai con gli antibiotici nei ultimi mesi di vita precedenti la macellazione, in secondo luogo perché nella maggior parte dei casi gli antibiotici sono usati nei primi mesi di vita degli animali, come durante la fase di svezzamento. Dunque finché non sarà fatta chiarezza sulle garanzie offerte da questi prodotti, il rischio è acquistare a un prezzo più alto carne, uova e latte provenienti da allevamenti intensivi non diversi dagli altri, e quindi ugualmente capaci di causare l’antibiotico-resistenza. Da questo punto di vista è meglio affidarsi agli allevamenti certificati per il benessere animale come suggerisce la Davies.

 

La soluzione migliore resta acquistare prodotti provenienti da allevamenti biologici, dove i farmaci e gli antibiotici a scopo preventivo sono vietati, ed è garantito il benessere animale. Se i consumatori faranno abbastanza pressioni, il mercato dovrà adeguarsi alla maggiore domanda di carne, latte e uova provenienti da animali che non abbiano ricevuto massicci trattamenti antibiotici. Gli allevatori saranno stimolati a condurre la loro attività in maniera più sostenibile, limitando l’uso degli antibiotici allo stretto necessario, di conseguenza riducendo notevolmente i rischi di sviluppare batteri resistenti agli antibiotici. Gli stessi investitori si stanno ponendo il problema: colossi dell’industria alimentare come McDonald’s e Subway hanno già annunciato la volontà di rinunciare al pollo nutrito con antibiotici.

 

A livello istituzionale invece è necessario uniformare le diverse strategie nazionali per far si che le disparità legislative non favoriscano fenomeni di concorrenza sleale. Se l’Unione Europea e gli Stati Uniti si sono, con alcune differenze, dotati di una legislazione più stingente, per quanto spesso aggirata, in Cina ancora non esistono regole ufficiali. Un primo passo può essere rappresentato dalla strategia One Health, nata dalla collaborazione tra FAO, OMS e OIE, che si è posta l’obiettivo intraprendere un’azione collettiva per minimizzare l’emergenza e la diffusione dell’antibiotico-resistenza.

 

vincenzo menichella

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Credits: Agostini Lab Srl