Come scegliamo un prodotto agroalimentare

18 ottobre 2018
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MERCATO

Forse non tutti sanno che le motivazioni, indicate puntualmente nel Regolamento europeo, della necessità di produrre alimenti biologici sono due. 

La prima è la protezione dell’ambiente.  Il non utilizzo, infatti, di prodotti “nocivi” per questo tipo di coltivazione ha un effetto non troppo invasivo nel rapporto dell’agricoltura con l’ambiente circostante.

Qualsiasi tipo di agricoltura, in realtà, ha un notevole impatto ambientale, ma l’agricoltura biologica cerca di ridurre al minimo questa invasività.

La seconda motivazione è la qualità, nel senso più olistico del termine, dei prodotti ottenuti e il benessere che questi provocano nel nostro organismo con il loro ingerimento.

Tutto chiaro.

Ma, volendo uscire dallo schematismo accademico e cercare un’applicazione pratica, si può geograficamente sintetizzare che la prima motivazione ha una maggiore probabilità di smuovere l’interesse del consumatore nella parte Nord dell’Europa, al contrario la seconda, quella più antropocentrica, ha un appeal più forte nel Sud Europa.

Le conseguenze di questa diversità di risposta alle informazioni sono facilmente intuibili.

Per cercare di vendere ai “nordici” bisogna toccare dei tasti collegati all’ambiente e alla sua salvaguardia, la parte meridionale del nostro continente, forse più egoista, deve avere la sensazione di operare soprattutto per il proprio benessere e quello della famiglia.

È un’indagine sociologica molto elementare e riassuntiva ma fondamentale per capire qualche notizia di mercato che si legge sulla stampa (o sul web). Una delle ultime che mi è capitato di leggere è quella che indica le motivazioni di successo del food nel mercato specializzato.

La percentuale più importante è riservata alle proprietà salutistiche del prodotto, indicata al 34%. Questo, in sintesi, vuol dire che se un prodotto alimentare si riesce a vendere, più di un terzo delle motivazioni sono legate a quanto “faccia bene”. Ho riassunto, banalmente, il concetto con “fare bene”, perché il salutistico è di per sé un concetto molto fumoso e, inoltre, molto soggetto a essere influenzato dai vari sensi di appartenenza che ci coinvolgono e ammaliano quotidianamente, come il canto delle sirene di Ulisse

Molto più soggettive sono le motivazioni al successo dei prodotti, posizionate al secondo e al terzo posto: la qualità organolettica con il 15% e l’origine con l’11%.

Difficilmente, infatti, potremo essere condizionati rispetto al nostro gusto che, per definizione, è assolutamente personale. Com’è altrettanto individuale la percezione d’interesse che abbiamo per un’origine dell’alimento rispetto a un’altra. Invece, la parola “salutistico” è molto pericolosa, perché ha un suono molto invogliante, ma non è supportata, come il gusto, da un responso immediato o, come l’origine, da una convinzione atavica. È molto vaga e, come detto, altrettanto influenzabile. Gli eventuali risultati positivi sono, come minimo, a medio termine e noi siamo stati abituati dai medicinali a risposte molto veloci (e anche a velocissimi effetti collaterali).

Ogni giorno siamo accarezzati da notizie che cercano di convincerci all’acquisto di nuove panacee, indispensabili  per il nostro organismo. Siamo partiti dal farro di molti anni fa e abbiamo continuato, in ordine sparso, con la quinoa, le bacche di goji, il baobab e altri che sicuramente dimentico.

Non voglio sminuire le proprietà dei vegetali già indicati o che verranno “scoperti” in futuro, ma richiamare il mercato a decidere con la consapevolezza necessaria e ad aiutare veramente il proprio organismo e non la tasca dei venditori di miracoli.

alberto bergamaschi

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Credits: Agostini Lab Srl