Clima e alimentazione: come ridurre l’impatto ambientale?

13 Marzo 2019
|
sostenibilità

Circa un terzo delle emissioni mondiali di gas serra è generato dal consumo alimentare. 

Le nostre abitudini alimentari incidono considerevolmente sul riscaldamento globale e cambiare queste abitudini ha un effetto sull’ambiente. Ma quali sono le giuste misure da prendere? La rassegna della letteratura Politiques alimentaires et climat: une revue de la littérature  pubblicata dall’I4CE (Institute for Climate Economics) nel mese di febbraio 2019 prova a rispondere a questa domanda sotto tre aspetti: le pratiche alimentari con il potenziale più impattante, la compatibilità della riduzione delle emissioni con le altre priorità di politica alimentare e l’orientamento dei consumatori verso delle pratiche meno impattanti.

In primis, la riduzione del consumo dei prodotti provenienti da allevamento ha un potenziale notevole. In effetti, due terzi delle emissioni di gas serra dell’alimentazione provengono dai prodotti da allevamento terrestre; la metà di questi è generata direttamente dal bestiame (fermentazione enterica dai ruminanti ed escrezioni) mentre l’altra metà proviene dal cambiamento di assegnazione delle terre e dalla produzione dell’alimentazione animale. I paesi più sviluppati rimangono quelli che più consumano prodotti da allevamento con più di 300kg/anno (carne, latticini e uova) contro 70kg/anno in Africa subsahariana e in Asia del sud e sud-est.

Anche la riduzione dello spreco alimentare non è trascurabile calcolando sia le emissioni generate durante la vita del prodotto (produzione, trasformazione, distribuzione ecc…) sia quelle provenienti dal trattamento dei rifiuti alimentari.

L’impatto positivo legato al consumo di prodotti da agricoltura biologica è principalmente legato al modo di produzione. Inoltre, il consumo di prodotti bio è fortemente correlato all’adozione di una dieta individuale meno intensa in emissioni di gas serra. Combinato ad altre misure, il potenziale dell’agricoltura biologica è notevole. Per esempio, sarebbe possibile convertire tutte le terre arabili in agricoltura biologica riducendo del 30% le emissioni di gas serra e assicurare la sicurezza alimentare soltanto se allo stesso momento è ridotto a metà lo spreco alimentare e la competizione tra l’alimentazione umana e animale. Questo risultato richiede un gran coinvolgimento del consumatore: sostituire il consumo delle proteine animali con quelle vegetali e adottare delle pratiche per la riduzione dello spreco alimentare.

Invece, la trasformazione, l’imballaggio, l’origine e la stagionalità hanno un potenziale minore per quanto riguarda il clima nonostante il fatto che hanno anche queste un impatto. In effetti, un ortaggio prodotto fuori stagione in serra riscaldata produce da 6 a 9 volte più emissioni di gas serra che lo stesso ortaggio prodotto in stagione.

In secondo luogo, si mette in evidenza che la riduzione delle emissioni di gas serra è piuttosto compatibile con le altre priorità di politica alimentare. Raramente le politiche alimentari valorizzano l’attenuazione del cambiamento climatico ma piuttosto altri obiettivi legati alla salute o all’ambiente con i vincoli di equità sociale o di accettabilità culturale che comportano.

Oltre alle emissioni di gas serra, altri aspetti ambientali quali la protezione della biodiversità, la qualità dell’acqua o la preservazione del ciclo dell’azoto e del fosforo fanno parte degli obiettivi di sostenibilità ambientale. Ma è stato identificato che alcune modifiche della dieta alimentare ai fini della riduzione dell’impronta carbone possono avere impatti negativi su altri indicatori ambientali: sostituire la carne con il pesce è incompatibile con la preservazione degli ecosistemi marini; oppure il consumo di 100% di bio nelle condizioni attuali (rese minore rispetto al convenzionale) condurrebbe a erosione, uso delle terre e deforestazione intensa. Tuttavia, i prodotti da allevamento hanno un impatto negativo su tutti i criteri ambientali (uso delle terre, acidificazione, eutrofizzazione, eco-tossicità, consumo energetico e degradazione dello strato di ozono).

Una riduzione globale delle calorie consumate risulterebbe positiva sia in termini di emissioni di gas serra che di salute. D’altronde, l’effetto sulla salute di una riduzione del consumo di carne dipende dal prodotto con cui è sostituita, però una dieta vegetariana o poco ricca in carne è benefica in termini di impronta carbone e di salute: una transizione massiva delle diete verso diete vegetariane o vegan ridurrebbe le emissioni di gas serra dal 30 al 70% e la mortalità dal 6 al 10%. Comunque, una riduzione significativa (circa 30%) sarebbe possibile senza cambiamenti di dieta troppo radicale e soddisfacendo le raccomandazioni nutrizionali. È stato inoltre messo in evidenza che il principale freno all’adozione di queste misure non è necessariamente il costo, in quanto i consumatori di prodotti più sani e meno emittenti di gas serra non sono necessariamente i più ricchi ma sono quelli che assegnano una parte più larga del loro budget totale all’alimentazione.

Infine, numerosi consumatori sottostimano l’impatto che ha la spesa alimentare in termini di emissioni di gas serra. Molti non sono pronti a cambiare i propri atteggiamenti per ragioni climatiche. Nonostante ciò, i comportamenti alimentari sembrano cambiare velocemente. Delle misure del tipo informativo, come dei marchi sui prodotti, sembrano influenzare poco i comportamenti di consumo mentre sono ben poche le campagne d’informazione orientate esclusivamente verso una riduzione delle emissioni di gas serra. Esiste inoltre uno strumento per calcolare l’impronta carbone di un pietanza. Tassare i prodotti alimentari a intense emissioni di gas serra è un’opzione potenzialmente efficace ma potrebbe accompagnarsi da effetti negativi in termini di salute o di giustizia sociale.

Lauriane Borget

Tags: , , , , , , ,
Banner Content
Credits: Agostini Lab Srl