Cannabis light: stop dalla Cassazione

5 Giugno 2019
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MERCATO

Per la Corte i derivati dalla cannabis sativa, anche se light, non sono tutelati dalla Legge.

“Combattere il consumo di droga vietando la cannabis light è come voler combattere l’alcolismo vietando la birra analcolica”. Questa è una delle reazioni più frequenti sui social network tra gli utenti che hanno voluto commentare la sentenza della Cassazione di qualche giorno fa che ha stabilito che la legge non consente la vendita di “prodotti derivanti dalla cannabis sativa, salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante”. Sarà quindi il giudice di merito a stabilire di volta in volta se “l’efficacia drogante” dei prodotti sarà da considerare illecita o meno.

Per la Cassazione a rendere illegale la commercializzazione di cannabis sativa e, in particolare, di foglie, inflorescenze, olio, resina, ottenuti dalla sua coltivazione, è il fatto che questa varietà “non rientra nell’ambito dell’applicazione della legge 242 del 2016, che qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà iscritte nel catalogo comune delle specie di piante agricole, ai sensi dell’art.17 della direttiva 2002/53 Ce del Consiglio, del 13 giugno 2002, e che elenca tassativamente i derivati dalla predetta coltivazione che possono essere commercializzati”. In poche parole, secondo la sentenza, la legge del 2016 non regola la vendita dei derivati dalla cannabis sativa, ma solo quella delle varietà di cannabis destinate all’uso agricolo. Unico spiraglio lasciato dalla sentenza, in attesa che il deposito delle motivazioni faccia chiarezza, è la verifica della cosiddetta “efficacia drogante” dei prodotti: nel caso, infatti, questa sarebbe ancora lecita la loro commercializzazione. Il problema è che, almeno finché non saranno note le motivazioni, questo limite è interpretabile.

Finora la commercializzazione della cannabis light si è basata sul fatto che la legge, nell’elenco delle parti commercializzabili della pianta, non includeva fiori, olio e resina, che venivano venduti come prodotti da collezione non da fumare o ingerire, prevedendo comunque una concentrazione di Thc dello 0,2%, con un limite di tolleranza fino allo 0,6%, percentuale oltre la quale la legge stabilisce la presenza di effetti psicotici. “La legge conteneva un vuoto normativo evidente, al quale la Cassazione sembra aver posto rimedio, ma nella maniera più proibitiva possibile – ha dichiarato all’Ansa Matteo Gracis, direttore della rivista Dolce Vita e autore del libro Canapa, una storia incredibile, che considera la sentenza un passo indietro – la legge conteneva un vuoto normativo evidente, al quale la Cassazione sembra aver posto rimedio, ma nella maniera più proibitiva possibile”.

Al momento, finchè non saranno note le motivazioni, però a regnare è l’incertezza. Già all’indomani della sentenza sono scattati controlli e sequestri in alcune rivendite in diverse città d’Italia e i molti rivenditori sono preoccupati dalle prospettive future, tanto che molti degli imprenditori coinvolti stanno pensando ad una class action. “Partiamo dalla raccolta firme per promuovere un settore che da’ posti di lavoro – ha detto all’Ansa Paolo Molinari, presidente di Confcanapa, una delle associazioni di categoria – e mettiamo insieme chi sta perdendo i soldi. Si sta facendo una battaglia ideologica contro un comparto che ogni anno fa aprire tremila partite Iva”.

Anche le associazioni degli agricoltori sono preoccupate dal clima di incertezza. Coldiretti ha sottolineato come la superficie agricola dedicata alla coltivazione della cannabis sativa in cinque anni sia decuplicata con produzioni spesso innovative che vanno dalla ricotta alla bioplastica. “È necessario l’intervento del Parlamento”, ha affermato il presidente, Ettore Prandini che sottolinea la necessità di tutelare i cittadini “senza compromettere le opportunità di sviluppo del settore con centinaia di aziende agricole che hanno investito nella coltivazione”. Chiede chiarezza e un intervento del parlamento anche Cia-Agricoltori italiani. “Ora c’è il pericolo che l’intero settore della canapa possa subire uno stop, a causa di carenze legislative – si legge in una nota della confederazione – che devono essere colmate al più presto. Il Parlamento porti chiarezza a un comparto di assoluto interesse per il Made in Italy, che non può vivere di vuoti e incertezze normative. Il Parlamento, il Governo ed i Ministeri competenti dovranno intervenire al piu’ presto per perfezionare la normativa – fa sapere Confagricoltura – non e’ piu’ accettabile che il settore della coltivazione e della trasformazione della canapa debba continuamente raffrontarsi con giudizi e sentenze che spesso rimettono in discussione l’intero apparato normativo del settore”.

Le reazioni politiche alla sentenza non si sono fatte attendere. Tra i primi a commentare la decisione della Corte il ministro dell’Interno Salvini. “È un messaggio chiaro – ha detto il leghista – chiarisce una cosa ovvia, la droga fa male e ci si può divertire in modo diverso”. Sulla stessa linea gran parte del centrodestra con dichiarazioni simili da parte di Pillon, Gasparri, e Meloni, che ha chiesto la chiusura immediata degli shop. Nel PD il deputato Michele Anzaldi commenta così: “I valori della Cannabis light inferiori allo 0,6% di Thc, non hanno nulla a che vedere con le droghe, neanche quelle leggere. Salvini e la Lega in queste ore fanno solo confusione. E’ opportuno che intervenga la Corte Costituzionale a chiarire la vicenda: se la legge ha delle imprecisioni e delle parti poco chiare non significa che un intero settore commerciale vada mandato in bancarotta”. Per Magi di Più Europa all’Italia non serve una caccia alla streghe che allarga il mercato criminale ma una legge che legalizzi la Cannabis e i suoi derivati, per la quale, a suo avviso, ci sarebbero i numeri. Molto critico nei confronti della sentenza Adriano Zaccagnini, nella scorsa legislatura al M5s e tra i fautori della legge 242. “Quello che mi sembra evidente – ha detto parlando con l’Agi – è che la Cassazione ha dato un’interpretazione restrittiva della legge 242 sulla produzione di Cannabis light, e questo credo sia effetto del mutato clima politico che si respira in Italia”. “Mi pare evidente che i giudici abbiano cercato e trovato un cavillo che sostanzialmente mette fuori legge tutti derivati – ha continuato l’ex parlamentare 5 stelle, che oggi fa parte del Cannabis social forum – Quello che c’è da aspettarsi è che questa decisione metterà fuori legge tutte le attività commerciali nate in questo settore, con effetto immediato, perché il discrimine diventerà non più la percentuale di effetto drogante contenuta nelle infiorescenze, ma la quantità di infiorescenze possedute e commercializzate”.

E il rischio è davvero che il settore entri in crisi. Ci eravamo augurati che l’Italia si stesse avviando verso una maggiore deregolamentazione dei derivati della cannabis, sia per una minor fiducia delle politiche proibizioniste che in previsione di un boom mercato. La sentenza, invece, riporta il dibattito sulla legalizzazione della cannabis molto indietro: a giudicare dalle prime reazioni politiche si va incontro al rinnovo dell’annoso scontro ideologico tra proibizionisti e antiproibizionisti che ha tenuto per anni in stallo anche i provvedimenti per l’uso a scopo terapeutico. Una situazione che può mettere in forte difficolta un settore che, anche se appena nato, ha fatturato circa 150 milioni nel solo 2018 e coinvolge circa 10.000 addetti e circa 1500 imprese e 800 nuove aziende agricole.

Se si dovesse tornare allo scontro il risultato potrebbe essere molto penalizzante per queste imprese che verrebbero coinvolte in una battaglia che sostanzialmente non le riguarda. Chi accusa questi prodotti di propagandare la cultura della droga fa un paragone molto azzardato: le concentrazioni di Thc della cannabis light vanno dallo 0,2% alla soglia di tolleranza dello 0,6%, mentre quelle medie della cannabis venduta sul mercato nero, ma anche nei coffee shop olandesi, spesso superano ampiamente il 10% e in alcuni casi anche il 20%, è evidente che si tratta di prodotti completamente diversi e il clima da caccia alle streghe è del tutto ingiustificato. Unico dettaglio della sentenza che lascia ben sperare è la cosiddetta “efficacia drogante”, da tempo individuata dalla letteratura scientifica e dalla tossicologia forense con una concentrazione di Thc pari allo 0,5%. Dunque se le motivazioni della Corte rispetteranno questa prassi, passato questo periodo di incertezza legislativa, i cannabis shop potrebbero tornare a lavorare in un contesto normativo più chiaro rispetto a quello di questi giorni in cui si sono moltiplicati controlli, sequestri e saracinesche abbassate; evitando che la pronuncia della Cassazione possa diventare “la pietra tombale di un’intera filiera industriale che si è sviluppata in questi tre anni” come l’ha definita il presidente dell’Associazione italiana cannabis light Antonio Ricci.

Aldilà degli sviluppi legati alla sentenza sarebbe auspicabile un intervento del Parlamento con una legge che possa dare più certezze e, si spera, aprire a un approccio meno proibizionista. Se invece dovesse confermarsi quest’ orientamento l’Italia tornerebbe in netta controtendenza rispetto a molti altri Paesi che stanno adottando politche di legalizzazione. Non ultimi gli Stati Uniti dove a breve gli stati a favore della legalizzazione saranno 11 e dove l’USDA ha appena deciso di autorizzare la circolazione interstatale della cannabis industriale ne ha legalizzato, secondo alcune interpretazioni del bollettino del USDA, l’estrazione del Thc contenuto nelle piante di cannabis industriale. E poiché questo sarebbe indistinguibile da quello estratto dalla cannabis sativa si pensa presto il Congresso andrà verso una legalizzazione della cannabis tout court. Se dunque dovesse prevalere l’orientamento proibizionista – che in quanto a lotta al consumo di droga non può vantare grandi risultati – queste imprese sarebbero destinate a fallire in poco tempo e l’Italia perderebbe anche un’occasione di parziale rilancio di un’economia in difficoltà a causa di un pregiudizio ideologico.

 

Vincenzo Menichella

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Credits: Agostini Lab Srl