Agricoltura: quale, cosa, quanto?

3 Luglio 2017
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BIOLOGICO

L’interesse dei consumatori di prodotti alimentari in questo periodo è indirizzato, principalmente, a valutare quale tipologia di agricoltura è stata utilizzata per produrre quanto arriva sulla nostra tavola e, al limite, sugli scaffali dei negozi utilizzati per i nostri acquisti.

La provenienza dall’agricoltura biologica è il mantra che ci guida negli acquisti, anche se qualche minoranza di “puristi” si rivolge specificatamente all’agricoltura biodinamica. Benissimo.

È certamente un passo avanti rispetto al totale disinteresse all’approfondimento di altri parametri di qualche anno fa. Una ciliegia era una ciliegia, la produzione era certamente locale e la qualità nella norma.
Con queste premesse, l’unica discriminante per decidere un acquisto era il prezzo. Questa convinzione è velocemente andata delusa quando, all’ampliarsi delle conoscenze delle caratteristiche di produzione, ci si è accorti che non tutto era come si pensava.

I parametri che sovrintendevano la produzione agricola erano, infatti, molto più indefiniti rispetto alle nostre convinzioni.

L’agricoltura spesso era inesorabilmente chimica, piena di principi velenosi, e la provenienza la più eterogenea. L’origine dei prodotti poteva essere dai posti più impensabili e illogici.
Come poteva essere conveniente l’acquisto di limoni dall’America del Sud, quando in Italia siamo ne siamo pieni? Le spese di trasporto non incidono sul prezzo del prodotto?

Il primo passo avanti nella consapevolezza dell’acquisto è stato la scelta del tipo di agricoltura utilizzata, poi la provenienza geografica. Tutto bene? Era sufficiente per garantirci sulla qualità del prodotto?
A quanto pare no, se si è ritenuto necessario fare un secondo passo e iniziare a valutare anche le varietà da acquistare.
Abbiamo incominciato con la ricerca dei “grani antichi”. E, all’inizio, sembrava che questa iniziativa fosse all’interno di un’operazione snobistica, nostalgica e, anche, un po’ modaiola. La moda che tutti i prodotti del passato sembrano migliori. Ma, sarà vero? In questo caso sembra proprio di sì.

I grani antichi non sono, infatti, solchi di vecchi dischi in vinile che gratificano i ricordi, ma sono prodotti che entrano nel nostro organismo e da questo felicemente digeriti e assimilati.
Al contrario, sembra che le nuove varietà non siano ancora riconosciute dal nostro organismo e quindi la loro capacità di essere assimilate sia molto ridotta e ci porti alla necessità, quasi obbligata, di utilizzo complementare d’integratori alimentari.

La gluten sensitivity, la sviluppata sensibilità al glutine che in Italia è riscontrabile in almeno tre milioni d’individui, che si riscontra sempre più frequentemente negli ultimi anni, infatti, è dovuta, probabilmente, a un consumo eccessivo del grano moderno, ricco in maniera smisurata di glutine.
L’utilizzare grani antichi, ora abbastanza reperibili nel mercato, scongiura, o quanto meno allontana, la possibilità di sviluppare intolleranza al glutine.
Acquistare grani antichi, inoltre, significa tutelare la biodiversità del nostro territorio. Questi grani, infatti, proprio perché i costi di produzione sono più elevati a fronte di una resa più bassa, rischiano di scomparire e ciò ovviamente sarebbe un disastro, non solo per marginali ricordi nostalgici, ma soprattutto perché la biodiversità rafforza l’equilibrio e la produttività di qualsiasi ecosistema.
Infatti, è stato dimostrato che la perdita di biodiversità contribuisce all’insicurezza alimentare ed energetica, aumenta la vulnerabilità ai disastri naturali, come inondazioni o tempeste tropicali, diminuisce il livello della salute all’interno della società, riduce la disponibilità e la qualità delle risorse idriche e impoverisce le tradizioni culturali.

Ciascuna specie, in sintesi, svolge un ruolo specifico nell’ecosistema in cui vive e, proprio in virtù del suo ruolo, aiuta l’ecosistema a mantenere i suoi equilibri vitali.
Si è passati, quindi, prima dalla ricerca di grani antichi, poi alla richiesta di vecchie varietà di frutta e verdura, prontamente riconosciute e assimilate dal nostro apparato digerente.
Questo tipo d’iniziativa è condivisa anche da alcune aziende commerciali che, ultimamente, oltre agli importantissimi focus sul carbon footprint e sul bilancio idrico delle colture (di cui parleremo prossimamente), hanno indirizzato i propri acquisti di prodotti agricoli proprio dai produttori che possano garantire una biodiversità adeguata alla nostra salute.
Per concludere, è indispensabile avere la consapevolezza che una ciliegia non è solamente una ciliegia o uno zucchino un generico e spersonalizzato ortaggio che è necessario consumare soprattutto nelle calde giornate estive.
La produzione agricola, in realtà, ci trasferisce un corredo genetico che influisce sull’assimilazione che avviene durante la digestione.
Un corredo conosciuto ci fornisce un trasferimento energetico completo, al contrario uno sconosciuto, bene che vada, ci obbliga a un successivo, innaturale e costoso utilizzo d’integratori.

alberto bergamaschi

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Credits: Agostini Lab Srl